ex centro mazziano

La memoria del Centro Mazziano di Verona

By | Tutti | No Comments

La storia dell’ex Centro Mazziano

Quando nel 2015 noi di Fucina Culturale Machiavelli abbiamo ristrutturato e ricevuto in eredità le pareti di questo luogo, il cinema Centro Mazziano di Verona, avevamo capito che queste pareti, pur abbandonate da anni, avevano una storia lunga e intensa, fatta di arte e di confronto politico e sociale. Essendo troppo giovani, non sapevamo però nulla di quella storia, e abbiamo deciso di prenderci del tempo per conoscerla e, almeno per sommi capi, raccontarla anche a voi. Abbiamo quindi avuto il piacere di fare una chiacchierata con don Domenico Romani, sacerdote, fondatore del Centro Mazziano.

Poltrone di legno e film introvabili

Il Centro Mazziano inizia a diminuire la sua attività circa 15 anni fa, per insufficienza di fondi, perché i costi della distribuzione cinematografica si fanno sempre più esosi, e perché con la mancanza di alcune persone chiave e del servizio degli obiettori di coscienza ha dato un colpo alla macchina organizzativa dal quale è stato difficile riprendersi.
Tante persone ricordano questo luogo con le sue poltrone di legno per le proiezioni altrimenti introvabili di film d’essai, di interminabili, interessanti e talvolta accesi dibattiti che però non travalicavano mai i toni di un confronto civile e rispettoso.

Ed è proprio di questo che ci parla don Domenico, prima ancora che dei film e delle proiezioni, di una tavola, dove discutere e confrontarsi, con il sacrosanto diritto di essere ascoltati.

Un luogo di cultura nella Verona degli anni ’70

Il Centro Mazziano nasce nel 1974, da un’iniziativa presa nel 1969 dalla Pia Società di Don Mazza, che, coinvolta nel delicatissimo compito dell’educazione scolastica, si è trovata a doversi confrontare con un mondo che dopo il concilio Vaticano II e il 1968 non era più lo stesso, ne’ sul piano civile, ne’ sul piano religioso. Erano gli anni dei preti operai, dell’eterna contrapposizione tra PCI e DC, gli anni che hanno preceduto le ore buie degli attentati politici e della lotta armata di BR e NAR. L’istituzione educatrice di matrice religiosa ha dovuto perciò adattare metodi e presupposti del suo sistema a questo nuovo mondo e questo nuovo fermento, e l’ha fatto coinvolgendo i principali attori dell’epoca: le associazioni e soprattutto i sindacati. Erano coinvolti CGIL, CISL, FEDERLIBRI, gli Scout, il Cuam (centro per l’america latina missionaria, oggi CUM), e tutti quei cittadini che, pur non appartendo ad un’organizzazione avevano desiderio di partecipare alla discussione.

Una continua tavola rotonda, alimentata dai film d’essai

Corsi e tavole rotonde avevano come focus gli argomenti più disparati (economia, teologia, ecologia, arte), ma sempre con un grande senso civico di responsabilità e confronto, e non sottostando mai ad indottrinamenti, cercando sempre un confronto costruttivo per tutti. Il Centro Mazziano di Verona era un’organizzazione democratica formata da laici, il suo direttivo veniva eletto da tutti i soci ogni 2 anni. Il cinema, nella forma di cineforum, è stato concepito da subito come una forma di diffusione culturale per la città, con la proiezione di film d’essai commentati da professori universitari, ma anche come forma di autofinanziamento per tutta l’attività sociale e formativa che il centro proponeva ai cittadini.

Il teatro, costruito nel 1965, è diventato sede della rassegna del 1974, ha chiuso definitivamente per ristrutturazione nel 2011 e dal 2015 è stato riaperto per dare voce ad una generazione di artisti e cittadini, quella tra i 20 e i 40 anni, che altrimenti difficilmente avrebbe avuto voce.

Un posto dove poter parlare ed essere ascoltati

Era un luogo dove si poteva parlare liberamente, sapendo di essere presi in considerazione e ascoltati, un luogo di crescita per tutti. Sapendo che i presupposti e i linguaggi sono cambiati, ci piace pensare che questa eredità continui tra queste pareti, che questo luogo, deputato da subito alla crescita della cittadinanza, continui oggi il suo compito.

Oggi, dopo due anni di attività come teatro e sala da concerti, lo spazio del vecchio Centro Mazziano di Verona torna a ospitare gli amanti del cinema, con la nuova rassegna #Paesaggivisivi – Operaforte alla Fucina, nata grazie alla collaborazione di Ippogrifo Produzioni, già organizzatore della rassegna estiva Operaforte al forte S. Caterina di Verona.

cinema ex centro mazziano

La sala proiezioni del cinema ex Centro Mazziano di Verona.

Andrea Cimitan aka NME

Dalla strada all’incontro con un’orchestra, NME ci racconta come è diventato beatboxer

By | Musica, Stagione 17.18 | No Comments

Il concerto d’inaugurazione della terza stagione di musica di Fucina Culturale Machiavelli, #PaesaggiSonori, si intitola Suburbia Symphony e ha come filo conduttore la strada. Tra i brani eseguiti il prossimo 18 novembre, insieme a Boccherini, Barber e Copland, ci sarà il Concerto per Beatbox, Lukasz e Orchestra, scritto per l’occasione da Stefano Soardo.
NME ci racconta come è diventato beatboxer e perché.

Conosciamo meglio uno dei nostri solisti.

Si chiama Andrea Cimitan, aka NME, è nato a Treviso ed è giovanissimo. A soli 19 anni ha già vinto il suo primo contest europeo, in Polonia, nella categoria Loopstation. A novembre sarà protagonista di un concerto che lo vede esibirsi con un’orchestra d’archi, l’Orchestra Machiavelli, in un concerto scritto apposta per lui da Stefano Soardo, all’inaugurazione della terza stagione di musica e teatro di Fucina Culturale Machiavelli, a Verona.

Andrea, raccontaci come ha iniziato a fare beatbox.

Ho cominciato circa 8 anni fa. Ero nel mio periodo Michael Jackson, ho visto il video di questo beatboxer che faceva Billie Jean e sono impazzito: come cavolo si fa? Devo imparare. Poi ho scoperto che anche Michael Jackson era beatboxer, si era creato un suo stile.

Così ho iniziato a riprodurre i primi suoni di batteria: grancassa, rullante, piatti. Ma non ho approfondito la cosa fino a qualche anno dopo, quando ho iniziato a scoprire che questa è una vera e propria arte, attorno alla quale esiste anche una community. E ho iniziato sul serio.

Insieme ad altri ragazzi di Treviso abbiamo creato un gruppo, ci chiamavamo i BEATUBER. Insieme abbiamo fatto i primi eventi e contest in giro.

In giro dove?

All’inizio feste studentesche, qualche locale, poi abbiamo organizzato anche eventi insieme a Broke e a Puppet family (scuola di ballo ndr). Poi il gruppo si è sciolto e sono entrato in gioco con Italian Beatbox Family. Sono entrato inizialmente come membro e poi anche nel direttivo, e ho conosciuto beatboxer da tutta la penisola. Nei primi contest ho iniziato a farmi un buon nome e quest’estate sono stato in Polonia, al World Beatbox Camp  festival alla sua prima edizione. L’evento propone diverse competizioni aperte al pubblico, con beatboxer da tutto il mondo, compresi quelli di fama internazionale.

Qui sono riuscito a passare le selezioni in tutte le categorie, sono arrivato in finale su due categorie e ho vinto la categoria LOOPSTATION. E’ stato un bel traguardo perché era la prima volta che un beatboxer italiano riusciva ad arrivare in finale e vincerla.

Quindi adesso ti stai concentrando sulla Loopstation?

È la cosa su cui lavoro di più ultimamente, espande la mia arte. Permette di comporre musica dal vivo sulla base della tua voce e della tua musica. Ti mette in gioco con la voce, oltre che con la percussione vocale. E richiede anche qualche competenza sull’armonia, sulla composizione. Ho appena fatto il video entry per la selezione della vera competizione internazionale di Loopstation.

 

 

Quali sono le altre categorie di beatbox?

La categoria SOLO è la categoria base: sei tu, microfono e pubblico, in contest con un altro beatboxer, votati da una giuria composta da campioni. Poi ci sono le categorie TAGTEAM, in coppia, e TEAM, dai 3 ai 5 elementi.

Immagino sia importante essere molto affiatati.

Certo, ma in più per le battle solitamente ci si prepara lo show da due minuti, durata del round. L’affiatamento è fondamentale, ma anche la preparazione conta.

Cos’è la cosa che più ti attira del beatbox?

Il beatbox è un’unione tra la musica e le lingue. Mio papà mi ha fatto ascoltare tanta musica (classica, jazz, ma anche Branduardi, Battisti) e ascoltare tante lingue diverse. Capitava che chiedesse a qualche suo amico straniero di stare con me e parlarmi nella sua lingua. Ho sempre avuto facilità nell’apprendere le lingue e ho sempre avuto un ottimo orecchio musicale. Il beatbox è una fusione di entrambe le cose. E’ una forma di espressione che prevede un movimento come se stessi parlando. Stanno facendo studi ad Harvard a questo proposito: i metodi di apprendimento che si innescano e gli automatismi che si mettono in atto nell’esecuzione (non sto a pensare come muovo la bocca o come dico la erre) sono gli stessi nel bambino che impara una lingua. E’ tutta questione di entrare nel flow, come quando parlo non mi concentro sulla pronuncia delle parole ma sto nel discorso, nel senso del discorso, così quando faccio beatbox non sto a concentrarmi sula parte esecutiva ma entro nel flow, che mi viene naturale.

La scelta del beatbox all’interno di questo concerto nasce dal legame di quest’arte con la strada. Anche per te c’è stato questo legame?

Sì, le prime esibizioni, le prime volte in cui ho dimostrato che sapevo fare beatbox, sono state le situazioni insieme agli MC’S, i rapper freestyle che facevano contest per le strade e avevano bisogno di qualcuno che gli facesse da base musicale. Questa è una cosa importante perché oggi a volte i ragazzi iniziano direttamente dai video di youtube, che però rischiano di limitarti per quanto riguarda la potenza del suono. Se inizi dall’accompagnamento invece ti concentri sulla potenza, acquisti controllo sul respiro.

Il 18 dicembre farai beatbox insieme a un’orchestra classica, l’Orchestra Machiavelli. Cosa ti aspetti da Suburbia Symphony?

Mi aspetto una gran figata. Non mi sono mai messo seriamente a studiare musica quindi all’inizio non è stato semplice, non ho mai visto il mio beatbox scritto su un pentagramma, ma credo sarà molto interessante, anche perché è una sperimentazione fatta pochissime volte, e mai qui in Italia. Spero anche il pubblico resti affascinato.

Ultima domanda, che facciamo a tutti gli artisti: qual è stato il rischio più grande che hai corso?

E’ stato durante la finale di questo contest in Polonia: ho rappato in Italiano. Tutta la costruzione con la loopstation era venuta molto bene e piaceva, ma rappare in italiano era un azzardo. Appena ho iniziato hanno cominciato tutti a impazzire, a fare pogo assurdo, di quello  spacca caviglie strappa magliette, anche se non capivano niente il flow era giusto. Era l’ultimo round dell’ultima battle.

suburbia-symphony

Vai alla pagina del concerto >

Suburbia Symphony

 

o segui il link qui sotto per acquistare i biglietti online

Acquista il biglietto

Nell’estate 2017 di Verona torna Cecità spettacolo al buio.

By | estate2017, Teatro | No Comments
Quest’estate torna a gran richiesta lo spettacolo teatrale che vi ha fatto emozionare con gli occhi chiusi! Dopo il successo del suo debutto ci è sembrato giusto riproporre a Verona per l’estate 2017 lo spettacolo di teatro contemporaneo di Fucina Culturale Machiavelli!

CECITA’
uno spettacolo al buio

di Fucina Culturale Machiavelli
liberamente ispirato al romanzo di J. Saramago
1-2 luglio
Forte Sofia
repliche alle ore 18, 19, 21, 22
posti limititati, necessaria la prenotazione
 
Cecità
di Sara Meneghetti
regia Alice Grati
musiche originali Stefano Soardo
scene Marilena Fiori
con Anna Benico. Sabrina Carletti, Mirko Segalina, Stefano Zanelli
 
Cosa accadrebbe se il mondo all’improvviso diventasse cieco?
Da questa domanda parte José Saramago, che nel suo romanzo distopico racconta un’epidemia di mal bianco e il modo in cui gli uomini e la società reagiscono. L’idea cardine dello spettacolo è di immergere fisicamente lo spettatore nella storia, facendolo diventare protagonista e costruendo quello che è un percorso di discesa e risalita, di scoperta dell’inferno e purificazione, in cui tutti i sensi sono coinvolti. Le voci degli attori guidano e accompagnano, raccontano e fanno rivivere.
Ad ogni spettatore resta il compito di completare tutto ciò che non possono vedere con l’immaginazione.
 
Le repliche permettono un numero limitato di spettatori per volta, quindi è importante prenotare: scrivici a biglietteria.fcm@gmail.com 
 
Biglietti
€ 15 intero
€ 12 ridotto under 30-over 65
 

Forte Sofia - vista dall'alto

Forte Sofia è un forte austriaco dall’architettura suggestiva che si trova sulle colline di Verona, gestito da un’associazione di giovani fortissimi e “innamorati di Verona”, come loro si definiscono, che se ne prendono cura e lo tengono aperto.

 
Per la struttura del luogo consigliamo per lo spettacolo un abbigliamento comodo e caldo, da evitare i tacchi!
Lo spettacolo si terrà anche in caso di pioggia.
Per tutte le foto e il backstage segui l’evento sulla nostra pagina Facebook.
 
Giochi da camera

# Giochi da camera è la rassegna di musica da camera di Fucina Culturale Machiavelli

By | Tutti | No Comments

# GIOCHI DA CAMERA

La nuova rassegna di musica da camera (e non solo) di Fucina Culturale Machiavelli

Nel mese di maggio Fucina Culturale Machiavelli, grazie al sostegno di Fondazione Zanotto, e con il patrocinio dell’Associazione Giochi Antichi di Verona, organizzatrice del Festival Tocatì, propone una nuova combinazione esplosiva: una rassegna di musica da camera ad alto coinvolgimento di pubblico.

Tre appuntamenti di musica che si terranno mercoledi 17, 24 e 31 maggio, alle 18 presso il teatro di Fucina Culturale Machiavelli, a cui verranno affiancati altrettanti giochi tradizionali, da una gara a fionde a percorsi di biglie. I tre concerti, in orario aperitivo, coinvolgono giovani talentuosi musicisti e interessanti programmi.

Rincorsa e salti trio non è una variante del Twister, ma il primo dei tre concerti, che vede un trio di fiati, Rebecca Maria Saggin all’oboe, Maria Laura de Pace al flauto e Filippo Avesani al clarinetto, eseguire musiche di Arnold, De Wailly, Andriessen e Holst, mentre il pubblico verrà coinvolto a sua volta da un gioco a dadi di story-telling collettivo, il più antico per eccellenza.

giochi da camera

Il 24 maggio Pietro Battistoni, Anna Camporini e Daniele Rocchi, ne Il Sonaglio, baroque trio, eseguiranno della buona musica salottiera per violino, violoncello e clavicembalo, accompagnando le note sul pentagramma con il gioco delle biglie. Musiche di Haendel, Boismortier e Platti.

Un tripudio di uccellini cinguettanti e amorosi tenzoni sarà invece l’ultimo appuntamento, il 31 maggio, che si accompagnerà al dimenticato, ma efficacissimo, gioco della fionda.

Il Trio delle Dame Ferraresi, i tre soprani Maria Clara Maiztegui, Sara Ricci e Cecilia Rizzetto e il clavicembalista Marcello Rossi, eseguiranno le musiche delle virtuose cantanti alla corte ferrarese del Cinquecento di Luzzasco Luzzaschi e del promettente compositore Alessandro Boratti.

Alla Fucina Machiavelli maggio è il mese della sperimentazione e degli accostamenti scherzosi, per non rinunciare alla primavera anche a teatro.

Biglietti: € 7 Intero
€ 5 Ridotto Under 35, over 65, Univr, Conservatorio

Alessio Manega compositore

Scrivere musica come progettare un edificio.

By | Tutti | No Comments

Chiacchieriamo con il giovane compositore Alessio Manega, classe 1990, che ha collaborato con Fucina Culturale Machiavelli scrivendo un pezzo originale eseguito in prima assoluta il 29 aprile 2017 dall’Orchestra Machiavelli all’interno del concerto Pulcinella, accostato al celebre balletto di Stravinskij. Alessio ci parla di cosa significa per lui scrivere musica.

  • Ciao Alessio, parlaci di te, come sei arrivato alla composizione?

Ho iniziato a 13 anni con la chitarra, inizialmente classica poi elettrica. Quando ho iniziato il liceo a Verona, ho deciso di iscrivermi al conservatorio, ma dato che volevo approfondire il discorso musicale a livello teorico oltre che pratico ho fatto questa scelta avventata e quasi causale della composizione.

Non sapevo cosa fosse composizione, poi si è rivelata una scelta azzeccata. Mi è sempre piaciuto creare, ho scelto il liceo artistico. Ho approfondito la parte creativa della musica.

  • Che musica ascolti? Purista della classica o anche pop?

Ascolto tutto quello che c’è di buono. Sia classica che pop. Poi oggi si è abbastanza costretti. Se uno accende la radio non può scegliere, gli viene imposto, quindi ascolto di tutto di più. Cerco di avere un’apertura a 360 gradi, non ho generi particolari preferiti, anche perché il compositore di oggi deve districarsi tra più settori: cinema, classica, pop, e avere un orecchio allenato ai vari generi.

  • Dove prendi la tua ispirazione?

Ogni volta che inizi un nuovo progetto, come in architettura, devi avere l’idea di fondo e i materiali, che possono essere le note o anche gli strumenti, e questi spesso sono dati dal committente.

L’ultimo lavoro che ho scritto per l’Orchestra Machiavelli, ad esempio, aveva un organico dato, quello del balletto Pulcinella di Stravinskji (ndr), e anche un tema: la città di Napoli. Il pezzo si intitola Maschere. Ho costruito un brano in due movimenti, un adagio e un allegro, prendendo i temi da due compositori napoletani Alessandro Scarlatti e Domenico Scarlatti: si chiama Maschere perché maschero i loro temi musicali, che vengono stravolti da me.

Poi ogni volta in base alle richieste dell’esecutore o della realtà musicale, cerco di assecondare i gusti o le richieste. Ma è sempre un prodotto mio. Scrivere musica è come costruire un edificio: progetto i materiali, il dove e il come. Poi, sono giovane, non ho vincoli ben definiti. Anzi i vincoli cerco di evitarli.

  • Pensi che questo potrà diventare un giorno la tua professione?

Ho ottenuto alcuni risultati, ho vinto alcuni concorsi e in quelle occasioni ho conosciuto persone che mi hanno commissionato dei pezzi. Per il momento il progetto sembra utopico ma si, ci credo. Come in tutti i settori uno si deve fare il mazzo, non posso ottenere le cose dal nulla. E poi bisogna volerlo davvero, ma credo che se una persona ha un obiettivo ben definito deve cercare di ottenerlo a tutti i costi.

  • Pensi che la società ti permetta di esprimere le tue capacità?

Viviamo in un mondo che non ha più le leggi prestabilite e i vincoli di una volta. Oggi ci si confronta a livelli mondiali quindi se non va bene qui potrebbe andare bene da altre parti. Se uno parte con la tristezza addosso meglio che cambi mestiere.  Anche se ammetto che non è un periodo ottimale. Ma anche i grandi del passato, ognuno di loro ha avuto le sue difficoltà, anche Mozart e Beethoven, è un dato storico.

  • L’estate scorsa sei stato vincitore del 1° premio Concorso internazionale “2 Agosto” di Bologna, con un pezzo che è stato registrato e trasmesso su Radio 3 e su Rai 5. Parlaci di questa esperienza.

E’ stata una bellissima esperienza. Era la prima volta che mi confrontavo con una realtà professionale di alto livello, un corpo di ballo, il vero mondo della musica. La giuria ha scelto i tre vincitori finali, poi il pezzo veniva eseguito e messo in scena da un corpo di ballo. Una bella soddisfazione.

  • Alessio, qual è il rischio più grande che hai corso?

Deve ancora capitare. Oggi ogni passo è calibrato. Penso parecchio. Ne vale la pena o non ne vale la pena?

  • E qual è stata la tua mossa vincente?

Nel caso di Bologna scrivere un pezzo in cui univo diversi generi e linguaggi musicali.

Bisogna essere flessibili nello scrivere musica. Io stesso voglio mettermi alla prova con linguaggi differenti, senza fossilizzarsi su quello che uno sa fare ma andare dove non si è pronti al 100%. Credo che questo dovrebbero fare tutti gli artisti, trovata la formula magica, questa ti porta a fare le solite cose e inaridisce anche la creatività.

     Grazie!

 

 

 

Niccolò Matcovich

Quattro attori e un frigo. Intervista a Niccolò Matcovich, regista di Compagnia Habitas.

By | Stagione 16.17, Teatro, Tutti | No Comments

Chiacchieriamo con Niccolò Matcovich, autore, dramaturg e regista diplomato alla Paolo Grassi e fondatore di Compagnia Habitas, in scena con il suo ultimo lavoro Surgèlami nella stagione 2016-2017 di Fucina Culturale Machiavelli.

  • Niccolò raccontaci com’è nata Compagnia Habitas.

In realtà è nata per sbaglio, io non conoscevo gnomo, che sarebbe Livia Antonelli ma io la chiamo gnomo, informalmente. Ci siamo incontrati a Roma nell’ottobre 2015 per andare a teatro a vedere Carrozzeria Orfeo e la prima sera che ci siamo incontrati ci siamo detti: “Facciamo una compagnia”. E’ stata una cosa alchemica. Poi ci siamo fidanzati. Un connubio prima artistico e poi amoroso. Poi si è unita anche Chiara Aquaro, attrice, anche lei socia fondatrice di Compagnia Habitas.

  • Ed è con loro che è nata l’idea di Surgèlami?

E’ nata sempre come uno scherzo tra me e Livia, una provocazione. Tra maggio e giugno dell’anno scorso eravamo stressatissimi e tesissimi, avevamo insomma tutte le magagne che possono avere oggi i teatranti in italia. E cercavamo di coniugare la vita amorosa e lavorativa. “Perché non ci surgeliamo e ci scongeliamo tra 1.500 anni, quando tutto sarà più bello e più facile?” Poi da lì è nato lo spettacolo. Il primo periodo di prove è stato a giugno nel nostro spazio prove: da quello sono nati i primi 12 minuti di studio, che abbiamo portato a teatro Studio Uno, al concorso Pillole e con cui abbiamo vinto la residenza.

La residenza è durata un mese. Un mese di reclusione totale. A volte eravamo addirittura noi ad aprire e chiudere il teatro. Avevamo le chiavi, sì, loro sono stati meravigliosi, adorabili. Il Teatro Studio Uno è composto da due sale piccole, intime, in un quartiere periferico. Fanno solo drammaturgia contemporanea, ospitano compagnie giovani e hanno molta attenzione per il quartiere. Coinvolgono il territorio. Hanno affiancato al teatro una libreria, spazio soprattutto per bambini, dove fanno tante iniziative, feste, laboratori sensoriali o di accompagnamento alla lettura per i piccoli. Conoscono tutti i commercianti della zona, distribuiscono volantini in modo capillare.

surgèlami

  • Di cosa parla Surgèlami?

Parla della coppia, da tanti punti di vista. E’ frutto di una drammaturgia scenica e mette insieme 7 punti di vista diversi (attori, regista, dramaturg) mettendo insieme sia spunti di fiction che cose che partivano dalla nostra vita. Anche le coppie sono due per rendere questa pluralità. Non c’è una storia, ma una sorta di parabola sul percorso dell’amore e della coppia. Le 4 tappe dello spettacolo sono le fasi canoniche – farfalle – la parte bella dell’inizio – struttura – il momento centrale – catastrofe -, la tragedia della coppia, – domani – il finale speranzoso e futuristico.

E questo frigo è il quinto protagonista, che però a volte diventa antagonista – è rifugio d’amore, rifugio antiatomico, ma anche cosa che costringe opprime, chiude, schiaccia.

  • E quindi emerge di più la speranza o la catastrofe?

Prevale la parte positiva. Le persone sono uscite di umore positivo. non lascia il magone, è anche commovente, ma in modo possiamo dire catartico.

  • E tu perché hai scelto di lavorare alla regia e non al testo?

Per accentuare la pluralità dei punti di vista. Con la compagnia abbiamo lavorato parecchio su miei testi. E dopo un po’ mi stanco. Quindi volevo partire da qualcosa di più lontano da me, mettermi in gioco con un confronto stimolante, avere un punto di partenza che non fosse mio, da materiale di altri.

  • A due anni dalla Paolo Grassi cosa dici?

E’ stato molto doloroso lasciare Milano, anche perché non avevo chiarissimo finita la scuola quale fosse la mia strada all’interno del mondo del teatro. Poi, con la grande fortuna di aver incontrato gnomo e il gran privilegio di aver formato una compagnia ho trovato la mia dimensione. pur in una città come Roma che è difficile. Noi abbiamo la fortuna di uno spazio prove gratuito, che è uno spazio occupato. Se non avessimo questo ci sarebbero le sale prove a pagamento che costano l’ira di Dio e ti costringono alla fine a cambiare città o cambiare mestiere.

  • Ultima domanda: qual è il rischio più grande che hai corso? E quale è stata la tua mossa vincente?

Aver fondato questa compagnia è stato un rischio enorme, perché diventare giovani imprenditori di se stessi in un mondo, come quello del teatro, in cui l’imprenditoria non ha nulla a che fare è stata dura. Ma è stata anche una mossa vincente. Non tanto per i riconoscimenti. Il riconoscimento è un percorso lento e faticoso, ma l’energia in circolo, e il lavoro per far sì che diventi un mestiere, insieme alle persone stupende che abbiamo incontrato, è già bellissimo.

  • I prossimi passi?

C’è questo grande dibattito: io sono bulimico e vorrei produrre produrre produrre.  Ma ora abbiamo quattro produzioni, e cerchiamo di farli girare il più possibile! Anche perché il confronto con il pubblico è sempre stimolante.

Grazie!

habitas

andrea cosentino attore

Il teatro di Andrea Cosentino: la necessità del rischio e la libertà del clown.

By | Tutti | No Comments
Andrea ci risponde mentre va a teatro, stasera sarà spettatore.

Se utilizzo le parole sbagliate non le scrivi.

Non è possibile, perché tu sei anche drammaturgo in fondo, no?

Sì, drammaturgo di me stesso, per gli altri non scrivo. Generalmente poi non parto scrivendo ma improvvisando, la scrittura è un fatto postumo.

E qualcuno ti ascolta mentre improvvisi?

Sì certo, Andrea Franceschi, il mio regista, o meglio il mio primo spettatore. Mi dà una mano, come una sorta di levatrice, ma alla fine l’ultima parola ce l’ho sempre io.

Come anche per la scelta dei temi da affrontare…

Sì, anche quella è una cosa tutta mia, nessuno mi forza, anche perché mi prendo il lusso di fare uno spettacolo solo quando ne sento davvero l’esigenza. Cerco di tenermi lontano da quella trappola di fare uno o due spettacoli nuovi all’anno, tanto per rimanere su un mercato che comunque non c’è.

Primi passi sulla luna, ad esempio, è nato da un’esperienza di vita. E’ stata la prima volta che ho guardato in faccia il dolore. Sembrava che mia figlia avesse una malattia grave, ma per fortuna è stato un falso allarme e questo mi ha permesso poi di farci uno spettacolo, altrimenti non credo avrei potuto. Mi piace solitamente mescolare almeno due temi in ogni spettacolo, per non cadere nelle trappole della narrazione. Non mi piace avere un punto di vista da sostenere.

Andrea-Cosentino-Not-Here-Not-Now

E Not Here Not Now com’è nato?

Ero a Milano e ho partecipato a questo The Abramović Method, un’esperienza di circa due ore molto simile alla meditazione. Non era una male, ma la cosa che mi ha lasciato perplesso è stata l’operazione di apporre un logo a una disciplina millenaria, che non hai certo inventato tu.

Quindi da una parte c’è questa riflessione sulla verità e sulla non verità dell’arte, e dall’altra una voglia di prendere in giro dei vezzi dell’arte contemporanea, in cui sono ovviamente incluso anche io. Non si può fare satira se prima non la si fa su se stessi.

E poi c’era quella frase* sul coltello finto, che non ti era andata a genio.

Ecco, questa è la cosa più seria. Quella è una frase a effetto, sta bene nei post su facebook, quelli che strappano commenti tipo “Eh, vedi com’è profonda”. Ma poi se la giri, funziona uguale! La performance è semplice, il coltello è un coltello. Il teatro è complesso proprio perché il coltello è finto. Deve trovare gli artifici giusti per arrivare alla verità. Ma in maniera sottile. C’è tanta presunta verità spiattellata, in giro.

Parliamo di te. Hanno provato in diversi modi a definire il tuo stile, hanno parlato di teatro narrazione e addirittura di cabaret. C’è una formula tra tutte in cui ti riconosci di più?

Diciamo che quando ho iniziato ad avere visibilità era il periodo della narrazione, e quindi anche per me si è parlato di narrazione – in fondo qualche storia la racconto anche io –. Poi si è passati a parlare di anti-narrazione, e in quella formula mi ci sono ritrovato meglio, forse me la sono anche data da me. Ma la parola che mi piace più di tutte, a livello affettivo, anche se lo dico a bassa voce, è clown. Avanspettacolo della crudeltà, una fusione di comico e tragico che è una via di mezzo tra Artaud e Petrolini. Un teatro d’arte popolare che sappia essere profondo senza rinunciare a essere divertente, che non sia per addetti ai lavori, che è il rischio del teatro contemporaneo di oggi. Se noi addetti ai lavori parliamo solo tra noi è giusto che il teatro venga disertato.

E come fare?

Il mio spettatore tipo, ad esempio, è mio fratello. Quando vado a teatro spesso mi piace quello che vedo, ma mi chiedo “porterei mio fratello a vederlo? Può tirarne fuori qualcosa di utile per la sua vita?”. Se la risposta è sì, significa che non sono solo mere elucubrazioni teatrali.

not-here-not-now teatro contemporaneo

Concludiamo con due domande di rito: qual è stato il rischio più grande che hai corso?

Ogni volta che entro in scena. Se ci pensi è terribile: metti in gioco te stesso, la tua dignità. Ed è così ogni volta, ovunque tu sia. Quando smetti di sentire quel rischio allora forse devi cambiare mestiere. Io ne corro continuamente, faccio operazioni discutibili. Ho portato in scena Papa Wojtyla, ad esempio, e nessuno se n’è mai risentito.

Non è stato lo stesso con Marina Abramovic. C’è chi mi ha detto “Come ti permetti?”. Penso che nessuno sia permaloso quanto gli iconoclasti. Si prendono molto sul serio, il mio è stato un reato di lesa maestà. Ma se il nostro scopo è distruggere le icone, non possiamo metterne su a nostra volta. Io la prima cosa che distruggo è la mia stessa icona, sono soddisfatto quando qualcuno esce di sala dicendo “Bello, e lui è un deficiente”. Per questo, se qualcuno si mette sopra un piedistallo, il mio compito è segare le gambette di quel piedistallo.

E la tua mossa vincente?

Non credo di avere mosse vincenti. L’unica cosa che mi salva è giocare a fare il clown. Essere apparentemente non profondo. Certo, il teatro è una necessità e una gioia assoluta, altrimenti non lo farei, ma ho imparato nel tempo a perdonarmi molto di più. Mi rilasso. Se sbaglio qualcosa non faccio male a nessuno, neanche a me stesso.

 

andrea-cosentino-not-here-not-now2-1*Theatre is very simple: in theatre a knife is fake and the blood is ketchup. In performance art a knife is a knife and ketchup is blood.

 

 

Luca Mammoli Generazione Disagio

Intervista a Luca Mammoli, attore e autore di Generazione Disagio

By | Teatro, Tutti | No Comments

Inauguriamo il Blog della Fucina!! Nostra prima cavia e ospite Luca Mammoli, attore e autore del collettivo Generazione Disagio, che apre la stagione di teatro 2016-2017 di Fucina Culturale Machiavelli al Teatro ex Centro Mazziano con il loro spettacolo d’esordio Dopodiché stasera mi butto.

Luca, raccontaci com’è nata Generazione Disagio.

Fondamentalmente eravamo un gruppo di attori che avevano fatto la scuola insieme. Per un paio d’anni, dopo il diploma in Paolo Grassi, ognuno ha lavorato per i fatti suoi, a briglia sciolta. Poi, dopo due anni, Enrico fa “mettiamoci insieme, facciamo qualcosa”, quasi più per rinsaldare l’amicizia che per altro. Tutt’oggi non siamo costituiti come compagnia, siamo un collettivo, che si prefigge come scopo il teatro, ma non solo. Ci piace promuovere attività culturali sul territorio, coinvolgendo creatività di altri settori, musicisti, disegnatori.

Quale territorio?

La base è Milano, ma nessuno in realtà è milanese. Io sono umbro, Enrico di Genova, Graziano pugliese, Andrea è l’unico milanese per metà. Insomma ci siamo trovati perché volevamo fare cose nostre, dire la nostra, cosa che anche partecipando a produzioni di grandi teatri non ci era possibile. Il tutto è nato con delle cene, attorno a un tavolo, mettendo insieme degli spunti su cui scrivere a ruota libera. Quando abbiamo capito che era materiale che ci interessava davvero ci siamo chiesti: come renderlo drammatizzabile? Ci siamo dati una scadenza, il concorso Scintille del Festival di Asti. L’abbiamo lavorato, con materiale trovato qui e là, banchi di scuola, pezzi di recupero. A tre giorni dal debutto, non scherzo, mancavano tre giorni, avevamo questo spettacolo che parlava di suicidio, e ci siamo guardati in faccia: era un pippone. Allora Riccardo (il regista, ndr) propone: “Perché non ci giochiamo su?” E l’ironia ha ribaltato tutto. E’ nato il gioco. Questo modo di parlare dei problemi ma con ironia, un’ironia amara, pungente. Siamo andati al Festival ed è stato da subito un successo. Non abbiamo vinto, menzione speciale. Ma da lì, una cosa tira l’altra. Abbiamo conosciuto Tindaro Granata e Carmelo Rifici di Proxima res, loro si sono innamorati dello spettacolo e hanno deciso di produrlo. E dopo due anni siamo quasi arrivati alle cento repliche.

Voi quindi vivete di questo?

Non ho capito la domanda. La vita nel teatro? Alti e bassi, è difficile, lo sapete anche voi. Abbiamo anche altro, ma ci si prova, ci si prova.

generazione disagioProgetti futuri?

Beh, lo spettacolo ha già un seguito. Abbiamo portato Dopodiché al Teatro della Tosse, a Genova. All’inizio loro non sembravano convinti, noi abbiamo insistito per allungare la tenitura. Tre giorni in più, e vediamo come va. Hanno acconsentito e, in quei tre giorni, grazie al passaparola il teatro si è riempito tanto da dover mandare via la gente. Sono rimasti molto colpiti e ci hanno proposto: “Ve ne produciamo un altro, vi va?” Come dire di no.

Karmafulminien è stato in scena lo scorso dicembre al Teatro Elfo Puccini, a Milano. Ed ha avuto un bel successo. Ora non ci dispiacerebbe chiudere la trilogia e fare un terzo, vedremo. Nei prossimi mesi saremo lontani e sarà un periodo per capire.

Parliamo dello spettacolo, in Dopodiché stasera mi butto, hai parlato di risata amara. Siete Generazione Disagio, ma sentite in qualche modo una responsabilità verso la generazione di cui e a cui parlate?

Lo spettacolo parla di noi, di tutta una generazione, quindi si ride perché ci si riconosce. Si ride di sé stessi,  ( Il palcoscenico è uno specchio, no?) Esatto, non scomodiamo grandi temi come la fame nel mondo, ma prendiamo per il culo gli aspetti quotidiani della nostra vita, i piccoli suicidi quotidiani e il modo in cui noi ci buttiamo via nell’inazione, passando il tempo a piangerci addosso. Dopodiché è una gara a chi è più bravo a piangersi addosso. Ma lo scopo è tutto l’opposto. Rendersi conto di questo, e dopo aver riso fermarsi a pensare: queste risate mi sono rimaste un po’ in gola, questi tre personaggi mi fanno anche un po’ schifo. Una volta uno spettatore di Monza ci ha scritto una mail. Disse che lo spettacolo l’aveva un po’ infastidito, gli avevamo fatto schifo. Senza volerlo, ci aveva fatto un gran complimento. Questo è quello che vogliamo. Non ti chiediamo di eliminare la fame dal mondo, uno non saprebbe nemmeno da dove cominciare, ma di partire dal tuo piccolo. Spegnere lo smartphone mezz’ora al giorno, leggere un libro invece di scorrere la colonna delle notifiche di facebook. In questo senso lo spettacolo è un incitamento all’azione.

generazione disagio

Chiudiamo con due domande di pancia, qual è il rischio più grosso che hai mai corso? E qual è stata invece la tua mossa vincente?

Quando mi hanno fatto uno scherzo e durante una replica ho bevuto mezza bottiglia di vodka in scena. Scherzo (ma è successo davvero!). Seriamente, il rischio più grosso che ho corso è stato quando ho deciso di fare la Paolo Grassi. Avevo un lavoro, uno stipendio, una ragazza. E’ stato un lancio nel vuoto.

Ma quella è stata anche la mia mossa vincente, quindi la risposta alle due domande è la stessa. Se uno non rischia non vince. La comfort zone non ti fa scoprire niente. Bisogna mettersi in gioco, continuamente. Questo ti può portare a grandi incazzature quando le cose non vanno come vuoi, ma veder realizzato qualcosa per cui hai sudato ti dà grande libertà, e soddisfazione. Ti dà gusto.

www.generazionedisagio.com
https://www.facebook.com/generazionedisagio/?fref=ts
https://www.facebook.com/events/1346485745392833/

generazione disagio

#FateIlVostroGioco - Chiostro del conservatorio

L’Orchestra Machiavelli al Teatro Zandonai di Rovereto

By | Tournée | No Comments

Il 12 novembre 2016, l’Orchestra Machiavelli è ospite nella stagione del Teatro Zandonai di Rovereto. Scelta per accompagnare il miglior allievo della Civica Scuola Musicale Riccardo Zandonai, il pianista sedicenne Daniele Lasta, l’Orchestra Machiavelli si cimenta in formazione allargata con 32 elementi, in veste più elegante di come siete abituati a vederla, ma non con minor grinta e voglia di divertirsi.

Programma

Gioachino ROSSINI (1792-1868)
Il Signor Bruschino, Sinfonia

Ludwig van BEETHOVEN( 1770-1827)
Concerto n. 3 in do minore op. 37 per pianoforte e orchestra
Allegro con brio
Largo
Rondò: Allegro

————————–

Wolfgang Amadeus MOZART (1756-1791)
Sinfonia n. 41 in do maggiore K 551 “Jupiter”
Allegro vivace
Andante cantabile
Minuetto
Molto Allegro

Scarica il programma con le biografie degli artisti e le note al repertorio del concerto qui.

Trovate tutte le informazioni sul sito ufficiale del teatro www.teatro-zandonai.it 

Per la serata, dedicata ai giovani, un biglietto speciale di 1 € sarà riservato ai minori di 19 anni.

#FateIlVostroGioco - Chiostro del conservatorio

DOVE TROVI I BIGLIETTI

BOX OFFICE
www.boxofficelive.it
via Pallone 16, Verona
0458011154

TEATRO EX CENTRO MAZZIANO
via Madonna del Terraglio 10, Verona
nei giorni di spettacolo, a partire da un'ora e mezza prima dell'inizio.
biglietteria.fcm@gmail.com

Teatro ex Centro Mazziano - Via Madonna del Terraglio 10, Verona