daniele lasta

Il pianista Daniele Lasta, dalla break dance alla musica romantica.

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Daniele Lasta, classe 1999, ha uno sguardo intelligente e una riservatezza elegante che è qualcosa di più che modestia. Diciamo che è proprio una fatica fargli spiegare (per i non addetti ai lavori) che è stato appena ammesso in un’importante accademia, l’Accademia Pianistica Internazionale di Imola, senza avere preso prima un Diploma in Conservatorio, eccezione che le Accademie fanno per pochi talenti.

Come hai iniziato a suonare?

Io facevo break dance, ascoltavo musica pop, autori americani come Eminem. Poi mio padre mi ha regalato una tastiera e suonando, all’inizio da solo, ho scoperto la musica classica.

E ora cosa ascolti?

La musica contemporanea mi piace perché è fresca e sincera. Ma ascoltando musica classica si percepisce questo grande messaggio, che non dipende dall’epoca in cui è stata scritta.

Quale musica preferisci?

Ho un debole per i romantici, ma anche nel novecento sono state scritte moltissime cose interessanti, nel ‘900 la musica esplode in un caleidoscopio di punti di vista.

I tuoi coetanei ti contestano mai che la musica che ascolti sia complessa?

La musica classica è più complessa della musica moderna. E’ più ricercata, c’è una raffinatezza nel linguaggio, e il fine è diverso.

In che senso?

La musica moderna è da fast food, se ne sfornano tantissime, più mirate al commercio, e porta messaggi più freschi, legati a momenti emotivi. Mentre nella musica classica, o nella musica romantica, si cerca di entrare nell’animo umano, è molto più profonda. Questi sono autori che non passeranno mai di moda. Se la gente li amava nel 1800 li amerà anche nel 2050.

Una cosa che ho sempre ammirato nei pianisti è che mi sembra debbano avere due cervelli. C’è qualcosa di  vero?

E’ un po’ vero, se devi controllare quello che hai sotto le dita, che già è molto, è vero anche che bisogna controllare tantissime altre cose. C’è un lavoro di immaginazione da fare, che è molto di più di quello che si ha sotto le mani.

Avendo iniziato da autodidatta, com’è stato il tuo approccio alla partitura?

Ci vuole anche la tecnica. Sembra strano ma è da considerare come un lavoro vero e proprio. Se un operaio fa otto ore al giorno un pianista dovrebbe riuscire a farne otto. Io considerando la scuola riesco a suonare cinque ore al giorno.

E la vita sociale?

Se si ha spinta vitale si riesce a fare un po’ tutto.

La tua prima esperienza con un’orchestra è stata con l’Orchestra Machiavelli. Com’è andata?

E’ andato tutto molto bene, è stato molto bello, nonostante avessi avuto un imprevisto, una tendinite.

E come hai fatto?

Ho studiato a mente per un mese, e poi le ultime due settimane ho rimesso le mani sul pianoforte.

Adesso quali sono le tue prossime tappe?

Voglio lasciare spazio al mio repertorio, cerco di ampliarlo, studio più che posso. Quindi per il momento non sto partecipando a molti concorsi, per quelli devi essere bello impacchettato. Probabilmente dall’anno prossimo.

Sabato prossimo in Hey, Mrs. Stein, suonerai con il quintetto di fiati dell’Orchestra Machiavelli. Cosa suonerai?

Suonerò dei brani di Chopin, di Satie, e un sestetto di Poulenc. Non mi è mai successo di suonare in sestetto con dei fiati, dei fiati così bravi tra l’altro. La cosa interessante per il pubblico sarà vedere come da Chopin si può arrivare ai compositori di inizio novecento. Dentro queste musiche c’è un fermento di idee nuove legate alla Parigi di quegli anni.

Speriamo di rendere quel fermento.

 

Emanuele Aldrovandi drammaturgo

Emanuele Aldrovandi, vita di un drammaturgo nel ventunesimo secolo.

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Due chiacchiere con Emanuele Aldrovandi, da drammaturgo a drammaturga.

Lo becchiamo al telefono, tra una galleria e l’altra, mentre è sul treno da Reggio Emilia per Pesaro, e iniziamo subito a farci gli affari suoi. Perché Pesaro?

Sto andando ad un primo incontro per fare una drammaturgia per un museo, sarà una cosa che non si vedrà in scena, un lavoro particolare.

Cosa stai facendo in questo periodo?

Ho appena fatto a Milano Isabel Green, un monologo scritto per Serena Sinigaglia con l’attrice Maria Pilar Pérez Aspa che è stato in scena all’Elfo, ha fatto il tutto esaurito e stanno pensando di replicarlo.

Poi alcuni dei miei testi stanno ancora girando l’Italia. Homicide House sarà a giugno al Franco Parenti, quindi torna a Milano. Un’altra soddisfazione è che Allarmi, un testo fatto due anni fa per Ert messo in scena a Modena e Bologna ora sarà tradotto in diverse lingue, in Spagna, a Tolosa, e nella prossima stagione in Polonia e Slovenia. E’ bello il fatto che viva anche fuori dall’Italia. Forse la tematica, dato che il testo parla dei neo fascismi, è particolarmente attuale oggi in Europa.

Tra gli altri progetti ultimamente ho scritto e diretto un cortometraggio, ora stiamo finendo il montaggio e tra poco sarà pronto e ho in progetto di farne altri. Ma i progetti in cantiere sono ancora tanti.

Sembrerebbe quindi che tu riesca a vivere del tuo lavoro di drammaturgo.

Sì, assolutamente, poi ho anche iniziato a insegnare in Paolo Grassi. Insegno al primo anno, mi sento molto responsabilizzato. Ma oltre al peso della responsabilità c’è anche la soddisfazione personale. Lo so che è incredibile ma riesco a vivere di tutto questo, facendo tante cose, testi ma anche traduzioni, ad esempio ho appena tradotto Trainspotting e Tamburi nella notte di Brecht per l’Elfo.

Raccontaci il tuo percorso, come sei arrivato alla scrittura teatrale?

Ho sempre scritto, anche prima, durante l’Università, racconti romanzi, poi ho fatto un corso di teatro con MaMiMò (compagnia che gestisce il Piccolo Teatro Orologio di Reggio Emilia ndr) e ho visto che questo linguaggio mi piaceva. Ho iniziato a farlo con degli amici, in modo amatoriale ma con tanto divertimento. Quindi già durante l’ultimo anno di università mi sono iscritto all’Accademia (la Scuola Civica di Teatro Paolo Grassi). Dal terzo anno di accademia ho iniziato a lavorare con Mamimò, poi ho vinto qualche premio (Giusto qualcuno: in pochi anni Emanuele ha vinto tutti i più prestigiosi premi di drammaturgia in Italia, dal “Premio Pirandello”, al “Premio Hystrio”, al “Premio Riccione Pier Vittorio Tondelli”), e questo ha aiutato a farmi conoscere e a lavorare anche con altre persone.

In sostanza sono dieci anni che non faccio altro. Prima da studente e poi da lavoratore precario.

Questo è bello, significa che c’è richiesta, c’è pubblico che ha voglia di teatro.

Sì, ma non è così semplice. C’è pubblico giovane che ha voglia di cose nuove che raccontino la contemporaneità, come linguaggio, come visione del mondo. Però ci sono ancora dei problemi. Un po’ il teatro sta andando incontro a questa esigenza del pubblico di avere nuove storie, ma ci sono anche tante sacche di staticità che allontanano gli spettatori. Nelle grandi città come Milano, Roma, Firenze c’è attenzione alla proposta culturale. Ma ci sono tante città di provincia dove si fanno solo classici rivisitati o star della televisione, e questo è un problema perché non educa il pubblico.

Bisognerebbe arrivare ad avere autori nuovi anche nelle stagioni di provincia con gli abbonati. Io credo che anche loro si divertirebbero, ma c’è il timore da parte di chi programma che la serata rimanga vuota. Appena ti sposti nelle città di provincia ci sono luoghi inarrivabili per le giovani compagnie.

A Milano, in teatri come l’Elfo Puccini o il Piccolo al Parenti, fanno qualche classico ma anche cose contemporanee. E il pubblico apprezza.

Con MaMiMò è da vari anni che lavorate sul territorio in questa direzione.

Io non partecipo direttamente a creare la stagione teatrale, ma la compagnia sta facendo un lavoro fantastico, la stagione di quest’anno è bellissima e il teatro è sempre pieno, qualcuno resta anche in piedi o rimane fuori. E’ un’isola felice.

E’ giusto lavorare sul territorio a livello di progettazione. Poi, per quanto riguarda le produzioni è bello che gli spettacoli vengano visti da più gente possibile. Io spero sempre che i miei testi raggiungano il maggior numero di persone possibili. I nostri coetanei inglesi e francesi ci sono. Perché noi no? Solo perché siamo in paese culturalmente arretrato?

homicide house

Foto da Homicide House, in scena in Fucina il 10 febbraio 2018.

 

Quali sono i temi che ti interessa di più raccontare?

Nei miei testi non c‘è un filo conduttore, vorrei sempre toccare temi diversi. Il filo conduttore piuttosto è lo sguardo. E anche questo vorrei cambiare, o forse cambia inevitabilmente. Mentre cambia l’autore cambia il modo in cui guarda le cose. Sto scrivendo un sacco di cose di cui non saprei dire qual è il tema. Lo sguardo che se fossi io spettatore mi farebbe riflettere sulla nostra realtà, parlare dell’uomo l’ha già fatto Shakespeare, ogni epoca però ha il proprio linguaggio.

Quindi non lo so, adesso vorrei fare una cosa sull’ambiente. Mi piacerebbe cambiare linguaggio e codice, ad esempio toccando il cinema, lì facendo anche il regista mi devo porre anche una serie di problemi, di interrogativi e di stimoli diversi.

Vorresti dire qualcosa a chi verrà a vedere Homicide House?

E’ stato un progetto molto felice. Non so se è una parabola o una dark comedy, io cerco di non definirla. Mi interessava chiedermi quali sono i valori della nostra epoca o quali non sono, ma farlo anche in maniera divertente e inaspettata.

Riccardo Pippa, regista veronese e il teatro dei gordi

La parola al regista veronese. Riccardo Pippa, le maschere e la nuova drammaturgia.

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La rassegna di teatro 2017-1018 #PaesaggiUmani in Fucina Culturale Machiavelli prosegue e, dopo il debutto con la produzione interna della compagnia Scena Machiavelli, inaugura con un regista veronese una teoria di spettacoli accomunati da un elemento di conterraneità. Diverse saranno le compagnie teatrali veronesi in cartellone, accanto a spettacoli di compagnie provenienti da tutta Italia, ma con un artista di Verona, spesso trapiantato altrove durante o dopo gli studi.

 

E’ il caso di Riccardo Pippa, regista veronese e coautore di Generazione Disagio, collettivo di artisti presente per il secondo anno a fila in Fucina. Riccardo è autore e regista, laureato al Dams di Bologna e diplomato in regia alla Civica Scuola di Teatro Paolo Grassi di Milano, come assistente alla regia ha collaborato con Gabriele Vacis, Cesare Lievi, Renato Sarti, Ferdinando Bruni e Elio De Capitani.
Questo gennaio torna a Verona, in Fucina Culturale Machiavelli con la sua compagnia, il collettivo Generazione Disagio. Dopo il sold out del 2017, ripropongono Dopodiché stasera mi butto e il suo ideale sequel, Karmafulminien.  Noi di Fucina incontriamo Riccardo per farci raccontare qualcosa della sua vita teatrale.

Riccardo tu adesso vivi a Milano, di cosa ti stai occupando in questo periodo?

Ho appena concluso un lavoro su un monologo comico con Rita Pelusi. A Milano collaboro con diverse compagnie, in particolare Generazione Disagio e il Teatro dei Gordi, mentre a Verona lavoro come insegnante di teatro (Riccardo insegna presso la scuola Granbadò, diretta da Alberto Bronzato ndr). ma al momento non ho collaborazioni artistiche. In generale, i progetti che mi stanno a cuore adesso sono le produzioni indipendenti.

Diamoci un lessico comune, cosa intendi per produzioni di teatro indipendenti?

Sono solitamente progetti senza alcun tipo di commissione esterna, in cui scelgo io il gruppo di lavoro e quello su cui mi piace lavorare. Hai la libertà di non seguire le scadenze, le ricorrenze varie. L’insegnamento mi fa stare tranquillo, così artisticamente sono più libero. Quello che ora mi interessa di più è lavorare su nuove drammaturgie, anche se non escludo di trovare dei testi che possano accendermi.

Che progetti hai per il prossimo futuro?

Con il Teatro dei Gordi la nostra ultima produzione era un lavoro di teatro di figura sulla maschera, e ci piacerebbe lavorare in continuità con l’anno scorso. Useremo sempre le maschere ma, a differenza di Sulla Morte senza esagerare, non escludo anche l’uso di parole. In quello spettacolo il momento della morte, del trapasso, i personaggi si toglievano la maschera, quasi a svelare l’anima, mentre mi piacerebbe ora provare ad accostare la presenza di personaggi in maschera e senza maschera all’interno dello stesso spettacolo. Il linguaggio ci interessa molto perché, nonostante qui sia legato ancora troppo spesso al teatro ragazzi (anche se la cosa si sta evolvendo), ha un respiro internazionale.

Siete già riusciti a distribuirlo fuori dall’Italia?

Non ancora, siamo stati a Lugano, ma la considero un’estensione dell’Italia. Non è semplice, ci vuole tempo per costruire dei contatti. Per la prossima produzione saremo coprodotti dal Teatro Franco Parenti di Milano, e forse la loro capacità distributiva si sommerà alla nostra.

Domanda che poniamo a tutti gli artisti ospiti nel nostro blog: qual è nella tua carriera il rischio più grande che hai corso?

(Riccardo esita, è una domanda difficile, ndr). Potrei rispondere in modo troppo facile che ogni spettacolo è una sfida. Ma vado con il lavoro con Matteo Spiazzi (attore veronese, ndr) quando siamo stati al Teatro Nazionale Gorkij di Minsk a lavorare con attori bielorussi su uno spettacolo di commedia dell’arte. Matteo faceva improvvisare gli attori con un metodo che loro non conoscevano, e a cui non erano abituati, il rischio era grande perché non c’era certezza di arrivare a un risultato, e per rassicurare gli organizzatori ho dovuto millantare una sicurezza che non avevo. Poi, nel giro di 10 giorni ho dovuto scrivere e chiudere un testo con 8 personaggi, e questa urgenza ha prodotto uno spettacolo efficace.
Negli ultimi anni mi è capitato spesso di caricarmi sia la responsabilità drammaturgica che quella registica e, quando fai un’operazione del genere, stai scommettendo molto. E’ un brivido ogni volta ma per me fa parte del lavoro, ho bisogno di mettermi in una condizione difficile per creare. Non succede mai in modo sereno. La bellezza la apprezzo più nel ricordo che nel momento presente.
riccardo pippa e generazione disagio
ex centro mazziano

La memoria del Centro Mazziano di Verona

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La storia dell’ex Centro Mazziano

Quando nel 2015 noi di Fucina Culturale Machiavelli abbiamo ristrutturato e ricevuto in eredità le pareti di questo luogo, il cinema Centro Mazziano di Verona, avevamo capito che queste pareti, pur abbandonate da anni, avevano una storia lunga e intensa, fatta di arte e di confronto politico e sociale. Essendo troppo giovani, non sapevamo però nulla di quella storia, e abbiamo deciso di prenderci del tempo per conoscerla e, almeno per sommi capi, raccontarla anche a voi. Abbiamo quindi avuto il piacere di fare una chiacchierata con don Domenico Romani, sacerdote, fondatore del Centro Mazziano.

Poltrone di legno e film introvabili

Il Centro Mazziano inizia a diminuire la sua attività circa 15 anni fa, per insufficienza di fondi, perché i costi della distribuzione cinematografica si fanno sempre più esosi, e perché con la mancanza di alcune persone chiave e del servizio degli obiettori di coscienza ha dato un colpo alla macchina organizzativa dal quale è stato difficile riprendersi.
Tante persone ricordano questo luogo con le sue poltrone di legno per le proiezioni altrimenti introvabili di film d’essai, di interminabili, interessanti e talvolta accesi dibattiti che però non travalicavano mai i toni di un confronto civile e rispettoso.

Ed è proprio di questo che ci parla don Domenico, prima ancora che dei film e delle proiezioni, di una tavola, dove discutere e confrontarsi, con il sacrosanto diritto di essere ascoltati.

Un luogo di cultura nella Verona degli anni ’70

Il Centro Mazziano nasce nel 1974, da un’iniziativa presa nel 1969 dalla Pia Società di Don Mazza, che, coinvolta nel delicatissimo compito dell’educazione scolastica, si è trovata a doversi confrontare con un mondo che dopo il concilio Vaticano II e il 1968 non era più lo stesso, ne’ sul piano civile, ne’ sul piano religioso. Erano gli anni dei preti operai, dell’eterna contrapposizione tra PCI e DC, gli anni che hanno preceduto le ore buie degli attentati politici e della lotta armata di BR e NAR. L’istituzione educatrice di matrice religiosa ha dovuto perciò adattare metodi e presupposti del suo sistema a questo nuovo mondo e questo nuovo fermento, e l’ha fatto coinvolgendo i principali attori dell’epoca: le associazioni e soprattutto i sindacati. Erano coinvolti CGIL, CISL, FEDERLIBRI, gli Scout, il Cuam (centro per l’america latina missionaria, oggi CUM), e tutti quei cittadini che, pur non appartendo ad un’organizzazione avevano desiderio di partecipare alla discussione.

Una continua tavola rotonda, alimentata dai film d’essai

Corsi e tavole rotonde avevano come focus gli argomenti più disparati (economia, teologia, ecologia, arte), ma sempre con un grande senso civico di responsabilità e confronto, e non sottostando mai ad indottrinamenti, cercando sempre un confronto costruttivo per tutti. Il Centro Mazziano di Verona era un’organizzazione democratica formata da laici, il suo direttivo veniva eletto da tutti i soci ogni 2 anni. Il cinema, nella forma di cineforum, è stato concepito da subito come una forma di diffusione culturale per la città, con la proiezione di film d’essai commentati da professori universitari, ma anche come forma di autofinanziamento per tutta l’attività sociale e formativa che il centro proponeva ai cittadini.

Il teatro, costruito nel 1965, è diventato sede della rassegna del 1974, ha chiuso definitivamente per ristrutturazione nel 2011 e dal 2015 è stato riaperto per dare voce ad una generazione di artisti e cittadini, quella tra i 20 e i 40 anni, che altrimenti difficilmente avrebbe avuto voce.

Un posto dove poter parlare ed essere ascoltati

Era un luogo dove si poteva parlare liberamente, sapendo di essere presi in considerazione e ascoltati, un luogo di crescita per tutti. Sapendo che i presupposti e i linguaggi sono cambiati, ci piace pensare che questa eredità continui tra queste pareti, che questo luogo, deputato da subito alla crescita della cittadinanza, continui oggi il suo compito.

Oggi, dopo due anni di attività come teatro e sala da concerti, lo spazio del vecchio Centro Mazziano di Verona torna a ospitare gli amanti del cinema, con la nuova rassegna #Paesaggivisivi – Operaforte alla Fucina, nata grazie alla collaborazione di Ippogrifo Produzioni, già organizzatore della rassegna estiva Operaforte al forte S. Caterina di Verona.

cinema ex centro mazziano

La sala proiezioni del cinema ex Centro Mazziano di Verona.

Andrea Cimitan aka NME

Dalla strada all’incontro con un’orchestra, NME ci racconta come è diventato beatboxer

By | Musica, Stagione 17.18 | No Comments

Il concerto d’inaugurazione della terza stagione di musica di Fucina Culturale Machiavelli, #PaesaggiSonori, si intitola Suburbia Symphony e ha come filo conduttore la strada. Tra i brani eseguiti il prossimo 18 novembre, insieme a Boccherini, Barber e Copland, ci sarà il Concerto per Beatbox, Lukasz e Orchestra, scritto per l’occasione da Stefano Soardo.
NME ci racconta come è diventato beatboxer e perché.

Conosciamo meglio uno dei nostri solisti.

Si chiama Andrea Cimitan, aka NME, è nato a Treviso ed è giovanissimo. A soli 19 anni ha già vinto il suo primo contest europeo, in Polonia, nella categoria Loopstation. A novembre sarà protagonista di un concerto che lo vede esibirsi con un’orchestra d’archi, l’Orchestra Machiavelli, in un concerto scritto apposta per lui da Stefano Soardo, all’inaugurazione della terza stagione di musica e teatro di Fucina Culturale Machiavelli, a Verona.

Andrea, raccontaci come ha iniziato a fare beatbox.

Ho cominciato circa 8 anni fa. Ero nel mio periodo Michael Jackson, ho visto il video di questo beatboxer che faceva Billie Jean e sono impazzito: come cavolo si fa? Devo imparare. Poi ho scoperto che anche Michael Jackson era beatboxer, si era creato un suo stile.

Così ho iniziato a riprodurre i primi suoni di batteria: grancassa, rullante, piatti. Ma non ho approfondito la cosa fino a qualche anno dopo, quando ho iniziato a scoprire che questa è una vera e propria arte, attorno alla quale esiste anche una community. E ho iniziato sul serio.

Insieme ad altri ragazzi di Treviso abbiamo creato un gruppo, ci chiamavamo i BEATUBER. Insieme abbiamo fatto i primi eventi e contest in giro.

In giro dove?

All’inizio feste studentesche, qualche locale, poi abbiamo organizzato anche eventi insieme a Broke e a Puppet family (scuola di ballo ndr). Poi il gruppo si è sciolto e sono entrato in gioco con Italian Beatbox Family. Sono entrato inizialmente come membro e poi anche nel direttivo, e ho conosciuto beatboxer da tutta la penisola. Nei primi contest ho iniziato a farmi un buon nome e quest’estate sono stato in Polonia, al World Beatbox Camp  festival alla sua prima edizione. L’evento propone diverse competizioni aperte al pubblico, con beatboxer da tutto il mondo, compresi quelli di fama internazionale.

Qui sono riuscito a passare le selezioni in tutte le categorie, sono arrivato in finale su due categorie e ho vinto la categoria LOOPSTATION. E’ stato un bel traguardo perché era la prima volta che un beatboxer italiano riusciva ad arrivare in finale e vincerla.

Quindi adesso ti stai concentrando sulla Loopstation?

È la cosa su cui lavoro di più ultimamente, espande la mia arte. Permette di comporre musica dal vivo sulla base della tua voce e della tua musica. Ti mette in gioco con la voce, oltre che con la percussione vocale. E richiede anche qualche competenza sull’armonia, sulla composizione. Ho appena fatto il video entry per la selezione della vera competizione internazionale di Loopstation.

 

 

Quali sono le altre categorie di beatbox?

La categoria SOLO è la categoria base: sei tu, microfono e pubblico, in contest con un altro beatboxer, votati da una giuria composta da campioni. Poi ci sono le categorie TAGTEAM, in coppia, e TEAM, dai 3 ai 5 elementi.

Immagino sia importante essere molto affiatati.

Certo, ma in più per le battle solitamente ci si prepara lo show da due minuti, durata del round. L’affiatamento è fondamentale, ma anche la preparazione conta.

Cos’è la cosa che più ti attira del beatbox?

Il beatbox è un’unione tra la musica e le lingue. Mio papà mi ha fatto ascoltare tanta musica (classica, jazz, ma anche Branduardi, Battisti) e ascoltare tante lingue diverse. Capitava che chiedesse a qualche suo amico straniero di stare con me e parlarmi nella sua lingua. Ho sempre avuto facilità nell’apprendere le lingue e ho sempre avuto un ottimo orecchio musicale. Il beatbox è una fusione di entrambe le cose. E’ una forma di espressione che prevede un movimento come se stessi parlando. Stanno facendo studi ad Harvard a questo proposito: i metodi di apprendimento che si innescano e gli automatismi che si mettono in atto nell’esecuzione (non sto a pensare come muovo la bocca o come dico la erre) sono gli stessi nel bambino che impara una lingua. E’ tutta questione di entrare nel flow, come quando parlo non mi concentro sulla pronuncia delle parole ma sto nel discorso, nel senso del discorso, così quando faccio beatbox non sto a concentrarmi sula parte esecutiva ma entro nel flow, che mi viene naturale.

La scelta del beatbox all’interno di questo concerto nasce dal legame di quest’arte con la strada. Anche per te c’è stato questo legame?

Sì, le prime esibizioni, le prime volte in cui ho dimostrato che sapevo fare beatbox, sono state le situazioni insieme agli MC’S, i rapper freestyle che facevano contest per le strade e avevano bisogno di qualcuno che gli facesse da base musicale. Questa è una cosa importante perché oggi a volte i ragazzi iniziano direttamente dai video di youtube, che però rischiano di limitarti per quanto riguarda la potenza del suono. Se inizi dall’accompagnamento invece ti concentri sulla potenza, acquisti controllo sul respiro.

Il 18 dicembre farai beatbox insieme a un’orchestra classica, l’Orchestra Machiavelli. Cosa ti aspetti da Suburbia Symphony?

Mi aspetto una gran figata. Non mi sono mai messo seriamente a studiare musica quindi all’inizio non è stato semplice, non ho mai visto il mio beatbox scritto su un pentagramma, ma credo sarà molto interessante, anche perché è una sperimentazione fatta pochissime volte, e mai qui in Italia. Spero anche il pubblico resti affascinato.

Ultima domanda, che facciamo a tutti gli artisti: qual è stato il rischio più grande che hai corso?

E’ stato durante la finale di questo contest in Polonia: ho rappato in Italiano. Tutta la costruzione con la loopstation era venuta molto bene e piaceva, ma rappare in italiano era un azzardo. Appena ho iniziato hanno cominciato tutti a impazzire, a fare pogo assurdo, di quello  spacca caviglie strappa magliette, anche se non capivano niente il flow era giusto. Era l’ultimo round dell’ultima battle.

suburbia-symphony

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Suburbia Symphony

 

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Nell’estate 2017 di Verona torna Cecità spettacolo al buio.

By | estate2017, Teatro | No Comments
Quest’estate torna a gran richiesta lo spettacolo teatrale che vi ha fatto emozionare con gli occhi chiusi! Dopo il successo del suo debutto ci è sembrato giusto riproporre a Verona per l’estate 2017 lo spettacolo di teatro contemporaneo di Fucina Culturale Machiavelli!

CECITA’
uno spettacolo al buio

di Fucina Culturale Machiavelli
liberamente ispirato al romanzo di J. Saramago
1-2 luglio
Forte Sofia
repliche alle ore 18, 19, 21, 22
posti limititati, necessaria la prenotazione
 
Cecità
di Sara Meneghetti
regia Alice Grati
musiche originali Stefano Soardo
scene Marilena Fiori
con Anna Benico. Sabrina Carletti, Mirko Segalina, Stefano Zanelli
 
Cosa accadrebbe se il mondo all’improvviso diventasse cieco?
Da questa domanda parte José Saramago, che nel suo romanzo distopico racconta un’epidemia di mal bianco e il modo in cui gli uomini e la società reagiscono. L’idea cardine dello spettacolo è di immergere fisicamente lo spettatore nella storia, facendolo diventare protagonista e costruendo quello che è un percorso di discesa e risalita, di scoperta dell’inferno e purificazione, in cui tutti i sensi sono coinvolti. Le voci degli attori guidano e accompagnano, raccontano e fanno rivivere.
Ad ogni spettatore resta il compito di completare tutto ciò che non possono vedere con l’immaginazione.
 
Le repliche permettono un numero limitato di spettatori per volta, quindi è importante prenotare: scrivici a biglietteria.fcm@gmail.com 
 
Biglietti
€ 15 intero
€ 12 ridotto under 30-over 65
 

Forte Sofia - vista dall'alto

Forte Sofia è un forte austriaco dall’architettura suggestiva che si trova sulle colline di Verona, gestito da un’associazione di giovani fortissimi e “innamorati di Verona”, come loro si definiscono, che se ne prendono cura e lo tengono aperto.

 
Per la struttura del luogo consigliamo per lo spettacolo un abbigliamento comodo e caldo, da evitare i tacchi!
Lo spettacolo si terrà anche in caso di pioggia.
Per tutte le foto e il backstage segui l’evento sulla nostra pagina Facebook.
 
Giochi da camera

# Giochi da camera è la rassegna di musica da camera di Fucina Culturale Machiavelli

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# GIOCHI DA CAMERA

La nuova rassegna di musica da camera (e non solo) di Fucina Culturale Machiavelli

Nel mese di maggio Fucina Culturale Machiavelli, grazie al sostegno di Fondazione Zanotto, e con il patrocinio dell’Associazione Giochi Antichi di Verona, organizzatrice del Festival Tocatì, propone una nuova combinazione esplosiva: una rassegna di musica da camera ad alto coinvolgimento di pubblico.

Tre appuntamenti di musica che si terranno mercoledi 17, 24 e 31 maggio, alle 18 presso il teatro di Fucina Culturale Machiavelli, a cui verranno affiancati altrettanti giochi tradizionali, da una gara a fionde a percorsi di biglie. I tre concerti, in orario aperitivo, coinvolgono giovani talentuosi musicisti e interessanti programmi.

Rincorsa e salti trio non è una variante del Twister, ma il primo dei tre concerti, che vede un trio di fiati, Rebecca Maria Saggin all’oboe, Maria Laura de Pace al flauto e Filippo Avesani al clarinetto, eseguire musiche di Arnold, De Wailly, Andriessen e Holst, mentre il pubblico verrà coinvolto a sua volta da un gioco a dadi di story-telling collettivo, il più antico per eccellenza.

giochi da camera

Il 24 maggio Pietro Battistoni, Anna Camporini e Daniele Rocchi, ne Il Sonaglio, baroque trio, eseguiranno della buona musica salottiera per violino, violoncello e clavicembalo, accompagnando le note sul pentagramma con il gioco delle biglie. Musiche di Haendel, Boismortier e Platti.

Un tripudio di uccellini cinguettanti e amorosi tenzoni sarà invece l’ultimo appuntamento, il 31 maggio, che si accompagnerà al dimenticato, ma efficacissimo, gioco della fionda.

Il Trio delle Dame Ferraresi, i tre soprani Maria Clara Maiztegui, Sara Ricci e Cecilia Rizzetto e il clavicembalista Marcello Rossi, eseguiranno le musiche delle virtuose cantanti alla corte ferrarese del Cinquecento di Luzzasco Luzzaschi e del promettente compositore Alessandro Boratti.

Alla Fucina Machiavelli maggio è il mese della sperimentazione e degli accostamenti scherzosi, per non rinunciare alla primavera anche a teatro.

Biglietti: € 7 Intero
€ 5 Ridotto Under 35, over 65, Univr, Conservatorio

Alessio Manega compositore

Scrivere musica come progettare un edificio.

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Chiacchieriamo con il giovane compositore Alessio Manega, classe 1990, che ha collaborato con Fucina Culturale Machiavelli scrivendo un pezzo originale eseguito in prima assoluta il 29 aprile 2017 dall’Orchestra Machiavelli all’interno del concerto Pulcinella, accostato al celebre balletto di Stravinskij. Alessio ci parla di cosa significa per lui scrivere musica.

  • Ciao Alessio, parlaci di te, come sei arrivato alla composizione?

Ho iniziato a 13 anni con la chitarra, inizialmente classica poi elettrica. Quando ho iniziato il liceo a Verona, ho deciso di iscrivermi al conservatorio, ma dato che volevo approfondire il discorso musicale a livello teorico oltre che pratico ho fatto questa scelta avventata e quasi causale della composizione.

Non sapevo cosa fosse composizione, poi si è rivelata una scelta azzeccata. Mi è sempre piaciuto creare, ho scelto il liceo artistico. Ho approfondito la parte creativa della musica.

  • Che musica ascolti? Purista della classica o anche pop?

Ascolto tutto quello che c’è di buono. Sia classica che pop. Poi oggi si è abbastanza costretti. Se uno accende la radio non può scegliere, gli viene imposto, quindi ascolto di tutto di più. Cerco di avere un’apertura a 360 gradi, non ho generi particolari preferiti, anche perché il compositore di oggi deve districarsi tra più settori: cinema, classica, pop, e avere un orecchio allenato ai vari generi.

  • Dove prendi la tua ispirazione?

Ogni volta che inizi un nuovo progetto, come in architettura, devi avere l’idea di fondo e i materiali, che possono essere le note o anche gli strumenti, e questi spesso sono dati dal committente.

L’ultimo lavoro che ho scritto per l’Orchestra Machiavelli, ad esempio, aveva un organico dato, quello del balletto Pulcinella di Stravinskji (ndr), e anche un tema: la città di Napoli. Il pezzo si intitola Maschere. Ho costruito un brano in due movimenti, un adagio e un allegro, prendendo i temi da due compositori napoletani Alessandro Scarlatti e Domenico Scarlatti: si chiama Maschere perché maschero i loro temi musicali, che vengono stravolti da me.

Poi ogni volta in base alle richieste dell’esecutore o della realtà musicale, cerco di assecondare i gusti o le richieste. Ma è sempre un prodotto mio. Scrivere musica è come costruire un edificio: progetto i materiali, il dove e il come. Poi, sono giovane, non ho vincoli ben definiti. Anzi i vincoli cerco di evitarli.

  • Pensi che questo potrà diventare un giorno la tua professione?

Ho ottenuto alcuni risultati, ho vinto alcuni concorsi e in quelle occasioni ho conosciuto persone che mi hanno commissionato dei pezzi. Per il momento il progetto sembra utopico ma si, ci credo. Come in tutti i settori uno si deve fare il mazzo, non posso ottenere le cose dal nulla. E poi bisogna volerlo davvero, ma credo che se una persona ha un obiettivo ben definito deve cercare di ottenerlo a tutti i costi.

  • Pensi che la società ti permetta di esprimere le tue capacità?

Viviamo in un mondo che non ha più le leggi prestabilite e i vincoli di una volta. Oggi ci si confronta a livelli mondiali quindi se non va bene qui potrebbe andare bene da altre parti. Se uno parte con la tristezza addosso meglio che cambi mestiere.  Anche se ammetto che non è un periodo ottimale. Ma anche i grandi del passato, ognuno di loro ha avuto le sue difficoltà, anche Mozart e Beethoven, è un dato storico.

  • L’estate scorsa sei stato vincitore del 1° premio Concorso internazionale “2 Agosto” di Bologna, con un pezzo che è stato registrato e trasmesso su Radio 3 e su Rai 5. Parlaci di questa esperienza.

E’ stata una bellissima esperienza. Era la prima volta che mi confrontavo con una realtà professionale di alto livello, un corpo di ballo, il vero mondo della musica. La giuria ha scelto i tre vincitori finali, poi il pezzo veniva eseguito e messo in scena da un corpo di ballo. Una bella soddisfazione.

  • Alessio, qual è il rischio più grande che hai corso?

Deve ancora capitare. Oggi ogni passo è calibrato. Penso parecchio. Ne vale la pena o non ne vale la pena?

  • E qual è stata la tua mossa vincente?

Nel caso di Bologna scrivere un pezzo in cui univo diversi generi e linguaggi musicali.

Bisogna essere flessibili nello scrivere musica. Io stesso voglio mettermi alla prova con linguaggi differenti, senza fossilizzarsi su quello che uno sa fare ma andare dove non si è pronti al 100%. Credo che questo dovrebbero fare tutti gli artisti, trovata la formula magica, questa ti porta a fare le solite cose e inaridisce anche la creatività.

     Grazie!

 

 

 

Quattro attori e un frigo. Intervista a Niccolò Matcovich, regista di Compagnia Habitas.

By | Stagione 16.17, Teatro, Tutti | No Comments

Chiacchieriamo con Niccolò Matcovich, autore, dramaturg e regista diplomato alla Paolo Grassi e fondatore di Compagnia Habitas, in scena con il suo ultimo lavoro Surgèlami nella stagione 2016-2017 di Fucina Culturale Machiavelli.

  • Niccolò raccontaci com’è nata Compagnia Habitas.

In realtà è nata per sbaglio, io non conoscevo gnomo, che sarebbe Livia Antonelli ma io la chiamo gnomo, informalmente. Ci siamo incontrati a Roma nell’ottobre 2015 per andare a teatro a vedere Carrozzeria Orfeo e la prima sera che ci siamo incontrati ci siamo detti: “Facciamo una compagnia”. E’ stata una cosa alchemica. Poi ci siamo fidanzati. Un connubio prima artistico e poi amoroso. Poi si è unita anche Chiara Aquaro, attrice, anche lei socia fondatrice di Compagnia Habitas.

  • Ed è con loro che è nata l’idea di Surgèlami?

E’ nata sempre come uno scherzo tra me e Livia, una provocazione. Tra maggio e giugno dell’anno scorso eravamo stressatissimi e tesissimi, avevamo insomma tutte le magagne che possono avere oggi i teatranti in italia. E cercavamo di coniugare la vita amorosa e lavorativa. “Perché non ci surgeliamo e ci scongeliamo tra 1.500 anni, quando tutto sarà più bello e più facile?” Poi da lì è nato lo spettacolo. Il primo periodo di prove è stato a giugno nel nostro spazio prove: da quello sono nati i primi 12 minuti di studio, che abbiamo portato a teatro Studio Uno, al concorso Pillole e con cui abbiamo vinto la residenza.

La residenza è durata un mese. Un mese di reclusione totale. A volte eravamo addirittura noi ad aprire e chiudere il teatro. Avevamo le chiavi, sì, loro sono stati meravigliosi, adorabili. Il Teatro Studio Uno è composto da due sale piccole, intime, in un quartiere periferico. Fanno solo drammaturgia contemporanea, ospitano compagnie giovani e hanno molta attenzione per il quartiere. Coinvolgono il territorio. Hanno affiancato al teatro una libreria, spazio soprattutto per bambini, dove fanno tante iniziative, feste, laboratori sensoriali o di accompagnamento alla lettura per i piccoli. Conoscono tutti i commercianti della zona, distribuiscono volantini in modo capillare.

surgèlami

  • Di cosa parla Surgèlami?

Parla della coppia, da tanti punti di vista. E’ frutto di una drammaturgia scenica e mette insieme 7 punti di vista diversi (attori, regista, dramaturg) mettendo insieme sia spunti di fiction che cose che partivano dalla nostra vita. Anche le coppie sono due per rendere questa pluralità. Non c’è una storia, ma una sorta di parabola sul percorso dell’amore e della coppia. Le 4 tappe dello spettacolo sono le fasi canoniche – farfalle – la parte bella dell’inizio – struttura – il momento centrale – catastrofe -, la tragedia della coppia, – domani – il finale speranzoso e futuristico.

E questo frigo è il quinto protagonista, che però a volte diventa antagonista – è rifugio d’amore, rifugio antiatomico, ma anche cosa che costringe opprime, chiude, schiaccia.

  • E quindi emerge di più la speranza o la catastrofe?

Prevale la parte positiva. Le persone sono uscite di umore positivo. non lascia il magone, è anche commovente, ma in modo possiamo dire catartico.

  • E tu perché hai scelto di lavorare alla regia e non al testo?

Per accentuare la pluralità dei punti di vista. Con la compagnia abbiamo lavorato parecchio su miei testi. E dopo un po’ mi stanco. Quindi volevo partire da qualcosa di più lontano da me, mettermi in gioco con un confronto stimolante, avere un punto di partenza che non fosse mio, da materiale di altri.

  • A due anni dalla Paolo Grassi cosa dici?

E’ stato molto doloroso lasciare Milano, anche perché non avevo chiarissimo finita la scuola quale fosse la mia strada all’interno del mondo del teatro. Poi, con la grande fortuna di aver incontrato gnomo e il gran privilegio di aver formato una compagnia ho trovato la mia dimensione. pur in una città come Roma che è difficile. Noi abbiamo la fortuna di uno spazio prove gratuito, che è uno spazio occupato. Se non avessimo questo ci sarebbero le sale prove a pagamento che costano l’ira di Dio e ti costringono alla fine a cambiare città o cambiare mestiere.

  • Ultima domanda: qual è il rischio più grande che hai corso? E quale è stata la tua mossa vincente?

Aver fondato questa compagnia è stato un rischio enorme, perché diventare giovani imprenditori di se stessi in un mondo, come quello del teatro, in cui l’imprenditoria non ha nulla a che fare è stata dura. Ma è stata anche una mossa vincente. Non tanto per i riconoscimenti. Il riconoscimento è un percorso lento e faticoso, ma l’energia in circolo, e il lavoro per far sì che diventi un mestiere, insieme alle persone stupende che abbiamo incontrato, è già bellissimo.

  • I prossimi passi?

C’è questo grande dibattito: io sono bulimico e vorrei produrre produrre produrre.  Ma ora abbiamo quattro produzioni, e cerchiamo di farli girare il più possibile! Anche perché il confronto con il pubblico è sempre stimolante.

Grazie!

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andrea cosentino attore

Il teatro di Andrea Cosentino: la necessità del rischio e la libertà del clown.

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Andrea ci risponde mentre va a teatro, stasera sarà spettatore.

Se utilizzo le parole sbagliate non le scrivi.

Non è possibile, perché tu sei anche drammaturgo in fondo, no?

Sì, drammaturgo di me stesso, per gli altri non scrivo. Generalmente poi non parto scrivendo ma improvvisando, la scrittura è un fatto postumo.

E qualcuno ti ascolta mentre improvvisi?

Sì certo, Andrea Franceschi, il mio regista, o meglio il mio primo spettatore. Mi dà una mano, come una sorta di levatrice, ma alla fine l’ultima parola ce l’ho sempre io.

Come anche per la scelta dei temi da affrontare…

Sì, anche quella è una cosa tutta mia, nessuno mi forza, anche perché mi prendo il lusso di fare uno spettacolo solo quando ne sento davvero l’esigenza. Cerco di tenermi lontano da quella trappola di fare uno o due spettacoli nuovi all’anno, tanto per rimanere su un mercato che comunque non c’è.

Primi passi sulla luna, ad esempio, è nato da un’esperienza di vita. E’ stata la prima volta che ho guardato in faccia il dolore. Sembrava che mia figlia avesse una malattia grave, ma per fortuna è stato un falso allarme e questo mi ha permesso poi di farci uno spettacolo, altrimenti non credo avrei potuto. Mi piace solitamente mescolare almeno due temi in ogni spettacolo, per non cadere nelle trappole della narrazione. Non mi piace avere un punto di vista da sostenere.

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E Not Here Not Now com’è nato?

Ero a Milano e ho partecipato a questo The Abramović Method, un’esperienza di circa due ore molto simile alla meditazione. Non era una male, ma la cosa che mi ha lasciato perplesso è stata l’operazione di apporre un logo a una disciplina millenaria, che non hai certo inventato tu.

Quindi da una parte c’è questa riflessione sulla verità e sulla non verità dell’arte, e dall’altra una voglia di prendere in giro dei vezzi dell’arte contemporanea, in cui sono ovviamente incluso anche io. Non si può fare satira se prima non la si fa su se stessi.

E poi c’era quella frase* sul coltello finto, che non ti era andata a genio.

Ecco, questa è la cosa più seria. Quella è una frase a effetto, sta bene nei post su facebook, quelli che strappano commenti tipo “Eh, vedi com’è profonda”. Ma poi se la giri, funziona uguale! La performance è semplice, il coltello è un coltello. Il teatro è complesso proprio perché il coltello è finto. Deve trovare gli artifici giusti per arrivare alla verità. Ma in maniera sottile. C’è tanta presunta verità spiattellata, in giro.

Parliamo di te. Hanno provato in diversi modi a definire il tuo stile, hanno parlato di teatro narrazione e addirittura di cabaret. C’è una formula tra tutte in cui ti riconosci di più?

Diciamo che quando ho iniziato ad avere visibilità era il periodo della narrazione, e quindi anche per me si è parlato di narrazione – in fondo qualche storia la racconto anche io –. Poi si è passati a parlare di anti-narrazione, e in quella formula mi ci sono ritrovato meglio, forse me la sono anche data da me. Ma la parola che mi piace più di tutte, a livello affettivo, anche se lo dico a bassa voce, è clown. Avanspettacolo della crudeltà, una fusione di comico e tragico che è una via di mezzo tra Artaud e Petrolini. Un teatro d’arte popolare che sappia essere profondo senza rinunciare a essere divertente, che non sia per addetti ai lavori, che è il rischio del teatro contemporaneo di oggi. Se noi addetti ai lavori parliamo solo tra noi è giusto che il teatro venga disertato.

E come fare?

Il mio spettatore tipo, ad esempio, è mio fratello. Quando vado a teatro spesso mi piace quello che vedo, ma mi chiedo “porterei mio fratello a vederlo? Può tirarne fuori qualcosa di utile per la sua vita?”. Se la risposta è sì, significa che non sono solo mere elucubrazioni teatrali.

not-here-not-now teatro contemporaneo

Concludiamo con due domande di rito: qual è stato il rischio più grande che hai corso?

Ogni volta che entro in scena. Se ci pensi è terribile: metti in gioco te stesso, la tua dignità. Ed è così ogni volta, ovunque tu sia. Quando smetti di sentire quel rischio allora forse devi cambiare mestiere. Io ne corro continuamente, faccio operazioni discutibili. Ho portato in scena Papa Wojtyla, ad esempio, e nessuno se n’è mai risentito.

Non è stato lo stesso con Marina Abramovic. C’è chi mi ha detto “Come ti permetti?”. Penso che nessuno sia permaloso quanto gli iconoclasti. Si prendono molto sul serio, il mio è stato un reato di lesa maestà. Ma se il nostro scopo è distruggere le icone, non possiamo metterne su a nostra volta. Io la prima cosa che distruggo è la mia stessa icona, sono soddisfatto quando qualcuno esce di sala dicendo “Bello, e lui è un deficiente”. Per questo, se qualcuno si mette sopra un piedistallo, il mio compito è segare le gambette di quel piedistallo.

E la tua mossa vincente?

Non credo di avere mosse vincenti. L’unica cosa che mi salva è giocare a fare il clown. Essere apparentemente non profondo. Certo, il teatro è una necessità e una gioia assoluta, altrimenti non lo farei, ma ho imparato nel tempo a perdonarmi molto di più. Mi rilasso. Se sbaglio qualcosa non faccio male a nessuno, neanche a me stesso.

 

andrea-cosentino-not-here-not-now2-1*Theatre is very simple: in theatre a knife is fake and the blood is ketchup. In performance art a knife is a knife and ketchup is blood.

 

 

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