Abbiamo incontrato Andrea De Manincor per parlare del suo nuovo spettacolo “Un calcio a Hitler”, che debutterà a Verona sabato 25 gennaio alle 21, a Fucina Culturale Machiavelli. Oltre allo spettacolo siamo finiti per parlare di molte cose: di  #FAME, di cultura, di salvezza, di futuro.

Eccole qui, le nostre quattro chiacchiere.

Ciao Andrea, grazie del tempo che hai deciso di dedicarci. Siamo qui per parlare del tuo nuovo spettacolo, “Un calcio a Hitler”, che debutterà sabato sera. Che cosa dobbiamo aspettarci da questo spettacolo?

Considerata la settimana in cui andiamo ad inoltrarci – dedicata alla Giornata della Memoria (che si celebra il 27 gennaio, la data in cui il campo di Auschwitz-Birkenau è stato liberato. NdR.) dobbiamo aspettarci un monologo un po’ diverso, perché si racconta di una salvezza e non solo di una tragedia.

Oltre ad essere una storia di salvezza è anche un racconto sullo sport, che ha e ha avuto modo di salvare le persone per tanti motivi e in tanti modi. Sono svariate le storie legate allo sport come strumento di salvezza in mezzo alla tragedia, sia quando si parla di Shoah sia quando si affrontano altri genocidi.

Il testo di “Un calcio a Hitler” non è un testo triste, non solo quantomeno: Mauro Vittorio Quattrina – che ha curato anche la regia dello spettacolo – ha scelto un piglio ironico quando l’ha scritto. Il punto di vista sullo sport che salva e che redime è in questo caso meno retorico del solito.

Ecco cosa penso ci sia da aspettarsi da “Un calcio a Hitler”.

Com’è nata la collaborazione con Enrico Carretta e Mauro Vittorio Quattrina?

La collaborazione tra noi tre è nata grazie a Mauro, il quale conosceva sia me che Enrico Carretta, un imprenditore teatrale che lavora soprattutto con attori monologanti. Le storie che Enrico sceglie sono di solito quelle di personaggi che sono stati importanti per l’Italia e hanno vissuto vicende di rilievo storico. Ha appena debuttato a Roma con uno spettacolo su Federico Fellini, per esempio.

Mauro Vittorio Quattrina è invece un autore di docu-fiction e documentari, ed ho il piacere e l’onore di collaborare con lui da cinque anni. A questo punto – assieme abbiamo deciso di creare qualcosa per il teatro, un mondo più vicino a me ed Enrico ma che Mauro ha saputo gestire con maestria. Spero che questa conoscenza con entrambi possa essere portata avanti.

Come fa un attore ad immedesimarsi in una vicenda così dolorosa come la sopravvivenza ad un campo di concentramento? Che lavoro di introspezione ed empatia si deve fare con il personaggio?

Per quanto riguarda me, quando scelgo di avvicinarmi a dei personaggi monologanti – ma non solo – cerco personaggi nei quali mi ritrovo: sono quasi degli sconfitti dalla vita, vuoi perché immersi in una tragedia o perché folli, matti, tragici, con i quali mi identifico.

Forse perché penso che la storia di ognuno di noi sia quasi più interessante in quegli aspetti piuttosto che in altri.

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In tutta la tua carriera, qual è la volta in cui hai rischiato di più?

Per chi fa un mestiere come il mio, penso si rischi tutte le volte in cui si è in scena.

Forse da questo punto di vista non c’è mestiere più rischioso: sei tutte le volte alla mercé del pubblico, che è tuo giudice. Rischi quando puoi suscitare il giudizio critico o la suscettibilità di chi hai di fronte, e un attore può farlo in qualsiasi momento, avendo davanti un pubblico diverso ogni sera.

Lo spettacolo è inserito nella rassegna FAME. La FAME che vogliamo soddisfare noi quest’anno è la FAME di una cultura non banale, che sappia saziare la voglia di divertimento ma anche la voglia di riflessione. Pensi ci sia FAME di cultura al giorno d’oggi? Chi sono le fasce d’età che ti dimostrano di essere più affamate, e soprattutto di cosa?

Sì, penso ci sia FAME di cultura: io la vedo molto nella fascia degli adolescenti e dei giovani in formazione, con cui lavoro quotidianamente assieme a Sabrina (Modenini, attrice che presto sarà la protagonista di un monologo scritto proprio da Andrea De Manincor, NdR.). Penso indubbiamente che siano loro i più affamati di conoscenza e sapere in generale: sono soprattutto affamati del fatto che la cultura possa permettere loro di avere una possibilità di futuro, cosa che spesso noi adulti riteniamo di non dover concedere perché egoisticamente ci guardiamo in maniera autoreferenziale pensando di aver già fatto il nostro lavoro. In realtà sono proprio i ragazzi il futuro, quindi se vogliamo salvare noi dobbiamo salvare in primis loro.

Tu, invece, di che cosa hai FAME?

Ho FAME di cultura e ho FAME di un posticino nel mondo – anche piccolo – nel quale io possa stare per poter continuare a fare questo, che non so se è ciò che so fare meglio nella vita, ma che è sicuramente l’unica cosa che mi continua a rendere affamato di qualcos’altro.

In molti sostengono che con la cultura non si possa sopravvivere, infatti un famoso motto recita che “con la cultura non si mangia”. È doveroso chiederti quindi: secondo te, con la cultura si mangia?

Sì, con la cultura – a fatica – si mangia. Si potrebbe mangiare meglio, nel senso che si potrebbe vivere dignitosamente di cultura. Io tutto sommato non mi posso lamentare, anche se è di certo molto dura.

Per tutti coloro che si dedicano ai mestieri della comunicazione, dello spettacolo e dell’arte è dura: sembra di stare e di lavorare sul nulla, e che sia già stato tutto scritto, tutto detto, tutto interpretato. Spesso e volentieri questo nulla ti disarma un po’, e quindi uno pensa sempre: “Forse è meglio che io vada a fare un lavoro serio”.

Non c’è però un lavoro più serio e più faticoso, più gratificante e talvolta meno gratificante di quello che tentiamo di fare tutti i giorni noi mettendoci al servizio dei giovani per formarli al teatro, degli adulti per formarli al teatro, della scrittura per tentare di mettere in scena delle cose interessanti e della scena dove riuscire ad essere protagonisti che siano soddisfatti del proprio lavoro perché ne sono soddisfatti gli altri.

Grazie Andrea, è stato un piacere poter parlare di questo spettacolo e di questo mondo con te.
Ci vediamo sabato sera alle 21 a Fucina Culturale Machiavelli, in via Madonna del Terraglio 10.

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Teatro ex Centro Mazziano - Via Madonna del Terraglio 10, Verona