Buongiorno a tutte e a tutti. Quella che state per ascoltare è un’intervista a Silvia Girardi, che questo venerdì 6 novembre 2026 porterà in scena lo spettacolo “L’oscura materia, l’universo e io” nel nostro teatro Fucina Machiavelli di Verona
Intanto ciao a te e a chi ci ascolta. Sono Silvia Girardi, mi occupo di teatro da una trentina d’anni. Nasco come attrice e poi negli anni ho sviluppato molto la parte della, dell’educazione, dell’insegnamento e della regia successivamente. Spettacolo nasce, eh, intanto da una curiosità personale, per tutto quello che riguarda l’astrofisica, lo spazio, le stelle, l’universo, tutto ciò che non conosciamo, che ci è sconosciuto, quantomeno per quanto mi riguarda. E quindi dalla curiosità, eh, nascono le domande e da lì poi è nata la parte creativa. Eh, ho sicuramente sviluppato il lavoro non da sola, ma grazie anche all’aiuto di uno scienziato, di un, di un fisico milanese che è il professore Davide D’Angelo, che mi ha aiutato così innanzitutto a capire quali fossero i temi più interessanti da affrontare, poi mi ha anche seguito nella stesura del testo Diciamo come, eh, assistenza scientifica per quanto riguarda… E poi le parole sono state composte insieme a Valentina Diana, che è una drammaturga di Torino, ehm, che ha scritto con me il testo. Quindi questa tua passione per l’astrofisica, per il cosmo, per le ste– cioè nasce proprio dall’inizio, da quando hai iniziato a sperimentare con il teatro, o prima c’è stato più un percorso teatrale più canonico, fammi– passami il termine, e, e poi ti sei appassionata di ricerca? Ma no, è una passione recente, devo dire, di questi ultimi anni. Ehm, è da circa dieci anni che lavoro su temi di scienza e teatro, prima con uno spettacolo legato al mondo dell’acqua e alla biologia marina, ah, con una storia un po’ fanta-fantascientifica di una medusa immortale. Poi successivamente ho sperimentato con il video in un cortometraggio che parla della scomparsa delle lucciole. E poi con il progetto Alberis ho speso circa cinque, sei anni a studiare il mondo arboreo, ehm, e quindi l’ambiente della terra, della radice. E, e poi adesso sentivo il bisogno di aprirmi al cielo stellato e guardare, guardare in alto, ecco. Quindi questa è una passione degli ultimi anni, un po’ una, una curiosità che avevo di sviluppare questo tema. Poi il mio lavoro artistico, eh, è influenzato molto dal teatro, dal teatro fisico in particolare, ehm, dalla danza, dalla performance. Ehm, quindi i miei copioni sono sempre un po’ un ibrido tra generi, ecco, mi piace sperimentare proprio la interrelazione tra i linguaggi. Anche se questo lavoro è un po’ un ritorno alla parola, eh, rispetto ai lavori precedenti, è un ritorno alla prosa e a un dialogo, eh, continuo con il pubblico. Ah, quindi c’è anche una parte di interattività con il pubblico. Ah, più che– sì, potre– c’è un momentino di interrelazione, però di relazione con il pubblico, però prevalentemente sono io che racconto, che parlo e racconto al mio pubblico di- Di curiosi della scienza. Eh beh, certo. Cioè comunque un pubblico molto interessante e secondo me lo apriamo anche a nuovi pubblici che il teatro magari non lo frequentano, speriamo. Quindi questa cosa di, mmmh, di vivere la scienza in modo creativo ha radici lontane per te, che sembra quasi un po’ un ossimoro quando leggevo la tua presentazione dello spettacolo, dire vivere la scienza creativamente, no? Sembra– sembrano due opposti, due mondi molto lontani. Invece tu riesci a unirli con la tua pratica, in qualche modo. Eh sì, è un po’ la sfida cheee– e anche la, la curiosità che ho di come riuscire a raccontare dei processi che magari sono complessi, articolati, eh, vivono nel linguaggio scientifico, come riuscire a portarli poi sulla scena e come riuscire anche a, a farli, a renderli accessibili a, al pubblico, che magari non è specializzato in quella materia. Quindi per– mi ricordo, per esempio, nella, nelle, nello spettacolo “Alberi”, eh, una delle scene è raccontare la fotosintesi. Cioè, che è un processo chimico complessissimo, eeeh, e quello è stato un po’ la mia sfida: come riuscire a farlo attraversare nel mio corpo e raccontarlo nello spazio. Ehm, e qui anche, anche in questo spettacolo la sfida è stata proprio quella di utilizzare un linguaggio quotidiano accessibile a tutti per raccontare delle cose abbastanza complesse e articolate, insomma dei pensieri molto ampi. Sì, quindi ecco appunto volevo chiederti un po’ nello specifico invece questo, questo spettacolo quindi deriva da questa tua collaborazione con un astrofisico, giusto? E- Sì, in realtà sì. Lui è uno, uno studioso di materia oscura. Per moltissimi anni, una ventina d’anni, sperimenta nei laboratori del Gran Sasso alla ricerca di questa di queste particelle invisibili, ma che ci sono, eh o che pensano ci siano. E, e quindi grazie a questa sua esperienza siamo state molto fortunate, perché io e Valentina appunto nella stesura del testo, di essere state appunto seguite passo passo, anche per non dire cavolate, cioè il tentativo di eh, di utilizzare un linguaggio artistico senza però, eh, snaturare poi quelli che sono i concetti scientifici, ecco. Certo, e per la parte fisica, perché capisco magari per la stesura del testo, insomma certo farsi affiancare, ma invece per il portarlo in scena invece ave- che lavoro avete fatto? Mh. Quello è stato un lavoro intanto molto sugli oggetti, utilizzo degli oggetti di uso quotidiano per raccontare le galassie, l’universo, il Big Bang, la materia oscura, lo spazio tempo. Quindi il lavoro sull’oggetto, la relazione corpo oggetto. E poi ci sono anche dei momenti di movimento, di uso del corpo più libero e quello è frutto insomma di un, di un mio lavoro in sala, di una mia ricerca personale. Ecco, non sono stata in questo spettacolo seguita da una coreografa, ma ho generato io, eh, la partitura, ecco. Beh, molto interessante questa cosa di us- utilizzare oggetti di uso comune. Ho visto delle, delle lucine, delle cose magari anche domestiche che magari anche aiutano ad avvicinare, no, concetti molto, molto lontani dal nostro quotidiano. Non so io, dice– se inizio a pensare alle stelle no, mi smarrisco troppo, sono troppo distanti dal mio quotidiano, no, invece. E, e però magari appunto serve proprio anche per dare linguaggi nuovi alla divulgazione scientifica che è sempre molto, molto complessa perché appunto le persone la sentono lontana dalla, da quello che gli è utile, no, nel quotidiano. Hai avuto, non so, dei feedback su questo, di pubblici che, adesso questo spettacolo è la prima volta che lo vediamo a Verona, giusto? Esatto. E magari spettacoli precedenti in cui, non so, magari qualcuno ti ha detto: “Ah, finalmente ho capito sta roba”. Beh, sì, ho, ho fatto solo delle anteprime di questo spettacolo e- Eeeh, quindi diciamo che non ho ancora avuto molti feedback, però l’hanno visto dei ragazzi, per esempio, dei ragazzi delle scuole superiori, eeeh, che appunto studiano questi argomenti nelle lezioni di fisica e quindi sono stati molto colpiti e diciamo che lo spettacolo è arrivato, il linguaggio è arrivato. Poi abbiamo anche voluto utilizzare questo personaggio un pochino, un po’ clownesco, un po’ buffo, un po’ goffo. Eeeh, quindi non è la classicaaa, non è il classico personaggio che spiega. È un po’ una persona comune che cerca di arrabattarsi, cioè un po’ ha capito, un po’ non ha, un po’ usa le sue parole, quindi fa anche abbastanza ridere, diciamo, da un certo punto di vista. È una prof un po’ sui generis, anzi non è per niente una prof. Sono io, in realtà. Perfetto. Sì, quindi il pubblico magari si identifica molto di più. Cioè, staiii, fai le domande o dai le risposte come se le cercasse il pubblico. Sì, sì, esatto. Cioè proprio hanno scelto una persona che non sa niente di fisica per spiegare queste cose. Perfetto, io direi persona migliore nel posto giusto. Anche perché comunque possiamo dirlo, lo spettacolo comunque sarà, ehm, preceduto da un incontro con un cosmologo, giusto? Esatto, esatto. Sarà, ehm, con me prima dello spettacolo il cosmologo Yves Gasparre, che è anche professore a Cambridge, ehm, e mi accompagnerà appunto, cioè accompagnerà il pubblico alla scoperta di questi grandi interrogativi della cosmologia contemporanea, dalla materia oscura all’energia, alla gravità, all’evoluzione dell’universo. Poi farà anche degli accenni di fisica quantistica che io non tratto nello spettacolo, però darà un pochino questo input, magari diventerà il mio prossimo spettacolo. Wow, sì, sì. Sarà fantastico. E questo incontro, appunto, lo dico perché fa parte di un ciclo di incontri più ampio, di laboratori rivolti ai ragazzi, che è promosso da, a SD Casa Yoga e sostenuto dal bando Energie per la Cultura 2025 della Fondazione AGSM AIM del gruppo Magis. Che ringraziamo perché sostiene anche la stagione di Fucina, quindi sono grandi amici, ecco, del, di tutto il nostro lavoro. Eh, parlavamo di Verona, però, mh, avevamo una curiosità, ecco, perché tu ci hai raccontato un po’ esatto il tuo percorso di teatro, di scienze eccetera, però il tuo percorso ti ha portato anche a lavorare negli Stati Uniti, quindi eravamo un po’ curiosi di, ehm, così accennare a com’è lavorare nel teatro dall’altra parte dell’oceano. Cioè ci sono delle cose che ritrovi e delle cose che magari sono più semplici, altre più difficili. Questa era proprio una curiosità nostra che ci veniva. Beh sì, io ho vissuto 12 anni, ehm, negli Stati Uniti e là ho sperimentato molto, diciamo, ehm, la, mh, ehm, proprio questa commissione tra i generi. Ho lavorato anche come danzatrice in spettacoli di solo movimento, eh, come attrice in compagnie che si special– specializzate nel teatro fisico. Ho lavorato nel teatro shakespeariano, quindi proprio nel classicissimo, ehm, teatro diciamo più di prosa. E forse la cosa che mi ha, mh, che mi è piaciuta moltissimo è stata proprio lavorare con persone che arrivavano da culture diverse, quindi la multiculturalità delle compagnie, ehm, e quindi un grande arricchimento, eh, a livello proprio di immaginario, di esperienze, di formazioni. E pro– e poi anche moltissimo proprio questa fase, questa fase sperimentale, questo continuare a sperimentare, anche questi luoghi della sperimentazione. Ehm, forse poi lì quello che manca è un po’ poi portare nella forma questa sperimentazione, quindi si rimane forse un po’ tanto nel, nella sperimentazione, poi la forma, mh, non viene poi così curata, eh, molto come mag-magari potrebbe essere nel teatro europeo che ha una storia invece, mh, diversa rispetto a la classicità, la forma e la, la composizione, ecco. Anche se adesso, vabbè, stiamo molto destrutturando anche la forma e, e ci sta anche quello. Quindi sei contenta un po’ di portare il tuo spettacolo in Italia, a Verona? Ah sì, sì. Ormai sono anche un po’ di anni che son tornata. Questo spettacolo è nato interamente qui. Ehm, sì, sì, mi fa molto piacere essere ritornata su questo… Un po’ su quello che è il mio ambiente, ecco. Poi io sono di Verona, anche se ho– sono stata via tantissimi anni, però sono originaria proprio di quella zona. Studiavo al Teatro Scientifico proprio accanto a voi e poi, eh, le mie scuole superiori erano dietro l’angolo, quindi io son cresciuta- Quindi un po’ un ritorno. Son cresciuta vicino, vicina. Perfetto, un ritorno a casa e nella nostra oasi, perché il titolo di questa stagione di teatro che tu un po’ apri, abbiamo fatto una piccola anteprima, ma il tuo spettacolo praticamente apre la stagione di teatro. Il titolo per quest’anno, il tema è: Oasi per essere umani. Titolo che a me piace molto, posso dirlo perché non c’entro con la scelta, lo trovo molto azzeccato per questo periodo storico. Ehm, volevo chiederti se trovi dei nessi o come, come interpreti questo tema, trovi dei nessi dal tuo spettacolo e, e questo nostro desiderio che abbiamo espresso così nel tema di tornare a essere umani, di trovare le cose che ci rendono, eh, ancora umani. Ma certo, sì, è un grande tema. In particolare io sono molto attratta dal tema della fuga, della sparizione, tutto quello che mi porta, mmmh, da un’altra parte. L’Oasi un po’ mi suggerisce questo, cioè essere in un luogo un po’, un po’ utopico, ma anche reale, dove si può finalmente essere se stessi. E forse è quello che anche ci porta, mmmh, ci porta al teatro, ci porta a riguardarsi, a osservarsi nella scena e a capire un po’ dove si è, no, in questo generale marasma che ci circonda, un momento così di, mmmh, di pausa, di ritrovarsi, di ascoltarsi, di vedere chi siamo e anche di vederlo insieme agli altri. Questa è una cosa unica del teatro, eh, di essere esseri umani insieme agli altri. Quindi è una fuga, ma anche un ritrovarsi. Bellissimo. Ti faccio l’ultimissima domanda, anche per invitare appunto gli altri a, a essere umani con noi nella nostra oasi: ma perché uno dovrebbe rompersi le scatole un venerdì sera, invece di andare al bar a bere lo Spritz, venire a teatro? Allora, perché venire a vedere questo spettacolo? Innanzitutto perché è un racconto poetico e ironico sulle meraviglie dell’universo, dell’astrofisica, ma anche della nostra condizione umana, del nostro desiderio di connessione, della- di un’amicizia perduta, di un senso di, mmmh, spaesamento. Ecco, lo spettacolo apre verso una vertigine, una vertigine però verso il meraviglioso, verso lo sconosciuto, verso quello che ancora non sappiamo, ma che ci affascina e quello che ci porta a farci delle domande, a chiederci: “Ma che facciamo qua?” Wow, direi perfetto e irresistibile. Ci vediamo a teatro.
