Il pianista Daniele Lasta, dalla break dance alla musica romantica.

By marzo 15, 2018Tutti
daniele lasta

Daniele Lasta, classe 1999, ha uno sguardo intelligente e una riservatezza elegante che è qualcosa di più che modestia. Diciamo che è proprio una fatica fargli spiegare (per i non addetti ai lavori) che è stato appena ammesso in un’importante accademia, l’Accademia Pianistica Internazionale di Imola, senza avere preso prima un Diploma in Conservatorio, eccezione che le Accademie fanno per pochi talenti.

Come hai iniziato a suonare?

Io facevo break dance, ascoltavo musica pop, autori americani come Eminem. Poi mio padre mi ha regalato una tastiera e suonando, all’inizio da solo, ho scoperto la musica classica.

E ora cosa ascolti?

La musica contemporanea mi piace perché è fresca e sincera. Ma ascoltando musica classica si percepisce questo grande messaggio, che non dipende dall’epoca in cui è stata scritta.

Quale musica preferisci?

Ho un debole per i romantici, ma anche nel novecento sono state scritte moltissime cose interessanti, nel ‘900 la musica esplode in un caleidoscopio di punti di vista.

I tuoi coetanei ti contestano mai che la musica che ascolti sia complessa?

La musica classica è più complessa della musica moderna. E’ più ricercata, c’è una raffinatezza nel linguaggio, e il fine è diverso.

In che senso?

La musica moderna è da fast food, se ne sfornano tantissime, più mirate al commercio, e porta messaggi più freschi, legati a momenti emotivi. Mentre nella musica classica, o nella musica romantica, si cerca di entrare nell’animo umano, è molto più profonda. Questi sono autori che non passeranno mai di moda. Se la gente li amava nel 1800 li amerà anche nel 2050.

Una cosa che ho sempre ammirato nei pianisti è che mi sembra debbano avere due cervelli. C’è qualcosa di  vero?

E’ un po’ vero, se devi controllare quello che hai sotto le dita, che già è molto, è vero anche che bisogna controllare tantissime altre cose. C’è un lavoro di immaginazione da fare, che è molto di più di quello che si ha sotto le mani.

Avendo iniziato da autodidatta, com’è stato il tuo approccio alla partitura?

Ci vuole anche la tecnica. Sembra strano ma è da considerare come un lavoro vero e proprio. Se un operaio fa otto ore al giorno un pianista dovrebbe riuscire a farne otto. Io considerando la scuola riesco a suonare cinque ore al giorno.

E la vita sociale?

Se si ha spinta vitale si riesce a fare un po’ tutto.

La tua prima esperienza con un’orchestra è stata con l’Orchestra Machiavelli. Com’è andata?

E’ andato tutto molto bene, è stato molto bello, nonostante avessi avuto un imprevisto, una tendinite.

E come hai fatto?

Ho studiato a mente per un mese, e poi le ultime due settimane ho rimesso le mani sul pianoforte.

Adesso quali sono le tue prossime tappe?

Voglio lasciare spazio al mio repertorio, cerco di ampliarlo, studio più che posso. Quindi per il momento non sto partecipando a molti concorsi, per quelli devi essere bello impacchettato. Probabilmente dall’anno prossimo.

Sabato prossimo in Hey, Mrs. Stein, suonerai con il quintetto di fiati dell’Orchestra Machiavelli. Cosa suonerai?

Suonerò dei brani di Chopin, di Satie, e un sestetto di Poulenc. Non mi è mai successo di suonare in sestetto con dei fiati, dei fiati così bravi tra l’altro. La cosa interessante per il pubblico sarà vedere come da Chopin si può arrivare ai compositori di inizio novecento. Dentro queste musiche c’è un fermento di idee nuove legate alla Parigi di quegli anni.

Speriamo di rendere quel fermento.

 

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