Il teatro di Andrea Cosentino: la necessità del rischio e la libertà del clown.

By febbraio 7, 2017Tutti
andrea cosentino attore
Andrea ci risponde mentre va a teatro, stasera sarà spettatore.

Se utilizzo le parole sbagliate non le scrivi.

Non è possibile, perché tu sei anche drammaturgo in fondo, no?

Sì, drammaturgo di me stesso, per gli altri non scrivo. Generalmente poi non parto scrivendo ma improvvisando, la scrittura è un fatto postumo.

E qualcuno ti ascolta mentre improvvisi?

Sì certo, Andrea Franceschi, il mio regista, o meglio il mio primo spettatore. Mi dà una mano, come una sorta di levatrice, ma alla fine l’ultima parola ce l’ho sempre io.

Come anche per la scelta dei temi da affrontare…

Sì, anche quella è una cosa tutta mia, nessuno mi forza, anche perché mi prendo il lusso di fare uno spettacolo solo quando ne sento davvero l’esigenza. Cerco di tenermi lontano da quella trappola di fare uno o due spettacoli nuovi all’anno, tanto per rimanere su un mercato che comunque non c’è.

Primi passi sulla luna, ad esempio, è nato da un’esperienza di vita. E’ stata la prima volta che ho guardato in faccia il dolore. Sembrava che mia figlia avesse una malattia grave, ma per fortuna è stato un falso allarme e questo mi ha permesso poi di farci uno spettacolo, altrimenti non credo avrei potuto. Mi piace solitamente mescolare almeno due temi in ogni spettacolo, per non cadere nelle trappole della narrazione. Non mi piace avere un punto di vista da sostenere.

Andrea-Cosentino-Not-Here-Not-Now

E Not Here Not Now com’è nato?

Ero a Milano e ho partecipato a questo The Abramović Method, un’esperienza di circa due ore molto simile alla meditazione. Non era una male, ma la cosa che mi ha lasciato perplesso è stata l’operazione di apporre un logo a una disciplina millenaria, che non hai certo inventato tu.

Quindi da una parte c’è questa riflessione sulla verità e sulla non verità dell’arte, e dall’altra una voglia di prendere in giro dei vezzi dell’arte contemporanea, in cui sono ovviamente incluso anche io. Non si può fare satira se prima non la si fa su se stessi.

E poi c’era quella frase* sul coltello finto, che non ti era andata a genio.

Ecco, questa è la cosa più seria. Quella è una frase a effetto, sta bene nei post su facebook, quelli che strappano commenti tipo “Eh, vedi com’è profonda”. Ma poi se la giri, funziona uguale! La performance è semplice, il coltello è un coltello. Il teatro è complesso proprio perché il coltello è finto. Deve trovare gli artifici giusti per arrivare alla verità. Ma in maniera sottile. C’è tanta presunta verità spiattellata, in giro.

Parliamo di te. Hanno provato in diversi modi a definire il tuo stile, hanno parlato di teatro narrazione e addirittura di cabaret. C’è una formula tra tutte in cui ti riconosci di più?

Diciamo che quando ho iniziato ad avere visibilità era il periodo della narrazione, e quindi anche per me si è parlato di narrazione – in fondo qualche storia la racconto anche io –. Poi si è passati a parlare di anti-narrazione, e in quella formula mi ci sono ritrovato meglio, forse me la sono anche data da me. Ma la parola che mi piace più di tutte, a livello affettivo, anche se lo dico a bassa voce, è clown. Avanspettacolo della crudeltà, una fusione di comico e tragico che è una via di mezzo tra Artaud e Petrolini. Un teatro d’arte popolare che sappia essere profondo senza rinunciare a essere divertente, che non sia per addetti ai lavori, che è il rischio del teatro contemporaneo di oggi. Se noi addetti ai lavori parliamo solo tra noi è giusto che il teatro venga disertato.

E come fare?

Il mio spettatore tipo, ad esempio, è mio fratello. Quando vado a teatro spesso mi piace quello che vedo, ma mi chiedo “porterei mio fratello a vederlo? Può tirarne fuori qualcosa di utile per la sua vita?”. Se la risposta è sì, significa che non sono solo mere elucubrazioni teatrali.

not-here-not-now teatro contemporaneo

Concludiamo con due domande di rito: qual è stato il rischio più grande che hai corso?

Ogni volta che entro in scena. Se ci pensi è terribile: metti in gioco te stesso, la tua dignità. Ed è così ogni volta, ovunque tu sia. Quando smetti di sentire quel rischio allora forse devi cambiare mestiere. Io ne corro continuamente, faccio operazioni discutibili. Ho portato in scena Papa Wojtyla, ad esempio, e nessuno se n’è mai risentito.

Non è stato lo stesso con Marina Abramovic. C’è chi mi ha detto “Come ti permetti?”. Penso che nessuno sia permaloso quanto gli iconoclasti. Si prendono molto sul serio, il mio è stato un reato di lesa maestà. Ma se il nostro scopo è distruggere le icone, non possiamo metterne su a nostra volta. Io la prima cosa che distruggo è la mia stessa icona, sono soddisfatto quando qualcuno esce di sala dicendo “Bello, e lui è un deficiente”. Per questo, se qualcuno si mette sopra un piedistallo, il mio compito è segare le gambette di quel piedistallo.

E la tua mossa vincente?

Non credo di avere mosse vincenti. L’unica cosa che mi salva è giocare a fare il clown. Essere apparentemente non profondo. Certo, il teatro è una necessità e una gioia assoluta, altrimenti non lo farei, ma ho imparato nel tempo a perdonarmi molto di più. Mi rilasso. Se sbaglio qualcosa non faccio male a nessuno, neanche a me stesso.

 

andrea-cosentino-not-here-not-now2-1*Theatre is very simple: in theatre a knife is fake and the blood is ketchup. In performance art a knife is a knife and ketchup is blood.

 

 

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